Ma alla fine, cosa sostiene Pereira?

di Anastasia Ghezzi

Lisbona, estate 1938. Sostiene Pereira di dirigere la pagina culturale del Lisboa, un giornale cattolico portoghese. Sostiene di occuparsi prevalentemente di traduzione di testi francesi e allo studio della letteratura, unico argomento sul quale ama discutere e confrontarsi, sostiene. 

Pereira sostiene di vivere una vita abitudinaria: non ama infrangere le regole, fa di tutto per comportarsi senza destare la minima attenzione. Ogni giorno si reca nello stesso bar, il Cafè Orquidea, dove consuma la sua omelette alle erbe e una limonata. Tutte le sere, prima di andare a dormire, si rivolge al quadro della moglie deceduta, e parla con lei. Le racconta quello che ha fatto, i suoi pensieri, le sue paure. Pereira è un uomo che frequenta il passato.

Una mattina, sostiene Pereira di essersi imbattuto in un saggio sulla morte scritto da un certo Monteiro Rossi. Pereira non sa spiegarsi il perché, ma viene colto dal desiderio di contattarlo e gli affida la redazione di necrologi anticipati dei grandi scrittori di quel periodo. I testi che scrive Monteiro Rossi, però, non vanno bene e non potrebbero mai essere pubblicati senza correre il rischio di essere censurati dal regime. Pereira lo rimprovera, si lamenta, lo corregge. 

Monteiro Rossi è un ragazzo energico, solare, anarchico: ama la vita. Al contrario di Pereira, che invece è interessato soltanto alla morte.

Le parole “sostiene Pereira”, ripetuto in ogni pagina del romanzo, regalano un ritmo quasi musicale alla narrazione, come un fado che risuona tra le vie di Lisbona. Tabucchi impone così l’attenzione del lettore su questo “personaggio in cerca di autore”.

Occuparsi solo di cultura e letteratura tiene lontano Pereira dalla vita vera, da quello che sta accedendo a Lisbona. Pereira è “apolitico” e ciò lo fa apparire come una figura mediocre e inetta, soprattutto a confronto con Monteiro Rossi, che invece rappresenta l’azione, la passione, l’impegno civile.

“Non è facile fare del proprio meglio in un paese come questo, per una persona come me, io non sono Thomas Mann”, sostiene Pereira all’inizio del racconto.

Ma Pereira non è il classico antieroe del Novecento, non è un personaggio ambiguo, incapace di prendere una posizione: è semplicemente addormentato e il romanzo è una sorta di risveglio. Il percorso consiste in una graduale presa di consapevolezza. Vi è un cambiamento in Pereira riguarda la sua natura di essere umano, che da uomo di pensiero si trasforma in uomo d’azione. 

«Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e aver sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, ed è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa».

Alla fine, Pereira si rivela capace di schierarsi politicamente contro le ingiustizie del regime, usando come mezzo ciò di cui si è sempre occupato: la parola. È la sua concezione di letteratura a cambiare: non la interpreta più come un rifugio dalla realtà, ma come uno strumento per intervenire in essa. Pereira si rende conto della sua funzione nella società e dell’importante ruolo del giornalista e del suo anche modesto parere per compiere un processo di liberazione che nel Portogallo sarebbe iniziato soltanto nel 1968, con l’uscita di scena di Salazar, culminando con la Rivoluzione dei garofani, il 25 aprile 1974.

Insieme a Pereira, anche il romanzo di Tabucchi (nella foto) si trasforma, ponendo una riflessione sul ruolo sociale di chi scrive e diventando esso stesso un manifesto politico letterario. 

Così, l’evoluzione di Pereira diventa una storia di rivalsa e una dedica romantica alla libertà.

L'autrice / autore

Non ho talenti speciali, sono solo “appassionatamente curiosa”, direbbe Einstein se fosse al mio posto.
Tra le colline della maremma grossetana, ho sempre trovato un rifugio nei libri. Le emozioni degli autori attraversano le loro penne, mi sento più vicina a loro ed è così che ho imparato a conoscere veramente il mondo.