Ingordigia del superfluo: parla Dargen D’amico

di Ginevra Malavolta

Da una parte del mondo la gente viene sommersa dalle onde, dall’altra da cose inutili. Da Onda Alta a Doppia Mozzarella, Dargen D’amico torna a parlare dei paradossi di oggi.

C’è un cortocircuito evidente nel nostro modo di abitare il presente, una strana forma di bulimia che ci spinge a rincorrere l’extra, l’upgrade, l’aggiunta a tutti i costi, mentre le fondamenta di ciò che ci circonda mostrano crepe sempre più profonde. Jacopo D’Amico, in arte Dargen, ha fatto della cassa dritta il suo personalissimo cavallo di Troia: ti trascina in pista, ti fa ballare e poi, quasi senza che tu te ne accorga, ti costringe a guardare dritto in faccia l’abisso delle nostre nevrosi collettive.

L’ultimo capitolo di questa narrazione è racchiuso nel concetto quasi gastronomico della “doppia mozzarella” (titolo del suo ultimo album, uscito il 24 marzo). Una metafora pop e immediata per descrivere un’Italia, o più in generale una società occidentale, affetta da un’indigestione cronica di superfluo. Vogliamo di più, consumiamo di più, accumuliamo stimoli e dati fino a non riuscire più a digerirli. Ma se gratti via lo strato di formaggio fuso, sotto trovi il vuoto. Trovi un Paese bloccato in un paradosso drammatico: ci abbuffiamo di futilità digitali e accessori identitari, ma ci manca il necessario.

Questo squilibrio non è un concetto astratto; si manifesta con violenza geometrica nella quotidianità delle nuove generazioni. Lo si vede nei corridoi delle scuole, dove convivono progetti di digitalizzazione spinta e aule con i soffitti che cadono a pezzi. È il ritratto di un sistema educativo a due velocità, dove il lusso tecnologico fa da paravento all’abbandono strutturale del diritto allo studio. Ci riempiono di tablet, ma ci tolgono la sicurezza di un tetto saldo sopra la testa (come dimostrano i numerosi crolli avvenuti negli ultimi anni).

Il divario sociale, d’altronde, è il vero grande fantasma che si aggira tra le tracce di questo lavoro, un filo rosso teso che si collega direttamente alla denuncia di Onda Alta. Da una parte della mappa c’è chi sfida il mare profondo, aggrappato alla speranza disperata di un futuro qualunque; dall’altra c’è chi affoga comodamente in un benessere saturo e anestetizzato, troppo distratto per accorgersi di chi sta andando a fondo. E mentre il dibattito pubblico si arena troppo spesso sul palcoscenico dell’ego e della ricerca del consenso a buon mercato, la forbice tra chi lotta per la sopravvivenza e chi soffre di apatia da consumo si allarga ogni giorno di più.

In questo scenario di algoritmi predittivi e colonialismo digitale, persino la Chiesa ha sentito il bisogno di tracciare una linea di resistenza. Con l’enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha lanciato un appello accorato per difendere la centralità dell’uomo dall’avanzata totalizzante delle nuove tecnologie. Una preoccupazione che risuona, in modo laico ma altrettanto radicale, nel pop “umanizzato” di Dargen. E in questo contesto, creare un album interamente privo di intelligenza artificiale (contro la quale l’artista si era scagliato in Ai Ai, portata a Sanremo 2026), sebbene abba richiesto due anni, diventa una vera forma di protesta contro un sistema che cerca di massimizzare i profitti anche rinunciando alla qualità del lavoro umano.

Ma di queste contraddizioni, abbiamo avuto modo di parlare con l’artista stesso, in occasione della Festa della Speranza a Battipaglia (fun fact: la città della mozzarella, a cui è dedicato il titolo dell’ultimo album di Dargen!), dove si è esibito nella serata di chiusura, il 6 luglio.

Il tuo ultimo album, Doppia mozzarella, parla del paradosso italiano: ci “abbuffiamo” del superfluo ma ci manca il necessario: in quali ambiti è più evidente secondo te?

L’istruzione, la cultura, la sanità; insomma, tutti gli ambiti in cui andavamo forte fino a qualche anno fa.

Secondo te cosa è cambiato in questi anni che ci ha “fatto perdere punti”?

Disinteresse, disinteresse per la cosa comune, per il futuro, per gli investimenti che vanno al di là di quello che si può riscontrare l’indomani

Quindi secondo te cosa servirebbe per invertire questo processo?

La volontà e una classe politica con la volontà di agire sul futuro prossimo. Anzi, già da oggi.

L'autrice / autore

Ciao! Sono Ginevra Malavolta, e quando non sono persa in un libro mi piace esplorare nuovi posti, alla ricerca di nuove meraviglie… come le chiese, o le mostre, o i festival…