Se i giovani si rifugiano nel passato: paradosso anche in chiesa

Paura del futuro: ecco perchè la scomunica del Papa per i lefebriani racconta una storia che ci riguarda da vicino

di Ginevra Malavolta

Da Roma rimbalza una notizia che sembra appartenere a un’altra epoca: il Vaticano ha formalizzato la scomunica per i vertici della Fraternità San Pio X, il movimento lefebvriano, a causa di quattro nuove ordinazioni episcopali illecite celebrate a Écône, in Svizzera.

Per chi mastica un po’ di storia della chiesa, sembra un déjà-vu del clamoroso scisma del 1988. Per tutti gli altri, l’ennesima disputa dottrinale distante anni luce dalla quotidianità. Eppure, se si scava sotto la superficie di questo scontro a colpi di latino, messali antichi e regole rigidissime, si scopre qualcosa che ci riguarda da vicino. Qualcosa che parla proprio di noi, delle nostre ansie e del modo in cui stiamo riscrivendo la nostra identità.

Ma per capire davvero l’impatto di questa frattura, bisogna fare un passo indietro e capire chi siano, sotto la superficie dei paramenti solenni, questi “ribelli della tradizione”. 

I lefebvriani prendono il nome da monsignor Marcel Lefebvre, un arcivescovo francese che negli anni Sessanta visse il concilio vaticano II (il momento in cui la chiesa cattolica decise di fare il suo più grande passo di apertura verso la società moderna) come un trauma insostenibile. Quando Roma decise di liquidare il latino a favore delle lingue nazionali, di girare gli altari verso i fedeli e di aprire le porte al dialogo con le altre religioni e alla libertà di coscienza, Lefebvre gridò al tradimento. Per lui e per i suoi seguaci, la chiesa stava svendendo la “verità” assoluta per inseguire le mode progressiste del mondo. 

Nacque così la Fraternità San Pio X (FSSPX), una comunità che ha letteralmente congelato il tempo al 1962: i loro sacerdoti celebrano solo la vecchia Messa Tridentina, rigorosamente in latino e di spalle all’assemblea, rifiutando ogni compromesso con la modernità. Lo scontro con i Papi è diventato una guerra di logoramento teologico, culminata prima nello scisma del 1988, quando Lefebvre consacrò i primi quattro vescovi senza il permesso di Giovanni Paolo II, incassando la prima scomunica automatica, e oggi in questo nuovo, inevitabile capitolo di rottura radicale con Papa Leone XIV.

La cosa affascinante è che questa fortezza ideologica non è nata per iniziativa di vecchi nostalgici isolati dal mondo, eremiti conservatori ed estremisti. Al contrario, la scintilla scoccò nel 1969, esattamente all’indomani dei moti del Sessantotto, quando un gruppo di giovanissimi seminaristi, spaventati dalla destrutturazione sociale e dal vento di cambiamento che stava travolgendo ogni autorità, si rivolse a monsignor Lefebvre. 

Chiedevano una cosa sola: qualcuno che insegnasse loro una dottrina senza sfumature, che imponesse regole rigide e ruoli cristallizzati, restituendo un senso di purezza e di ordine originario. Mentre i loro coetanei gridavano nelle piazze che era “vietato vietare”, cercando di fare una vera e propria rivoluzione della società, questi ragazzi cercavano un recinto sicuro dentro cui proteggersi dalla vertigine del cambiamento.

Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, quel paradosso non solo è rimasto intatto, ma si è esteso ben oltre i confini della religione. 

Guardando i dati dell’Osservatorio della Bocconi sulla polarizzazione del voto giovanile in Europa, emerge una fotografia speculare e impressionante. Alle ultime elezioni in molti Paesi europei  (come la recente svolta in Austria) a fare la differenza sono stati proprio gli under 30. 

Ma la vera faglia, come evidenziano i sociologi, è di genere: mentre le ragazze si muovono nettamente verso sinistra, i giovani uomini stanno scivolando massicciamente verso le destre radicali e identitarie.

Una domanda dunque sorge spontanea: perché un ragazzo della Generazione Z, cresciuto nell’era di TikTok e della fluidità globale, dovrebbe sentire il bisogno di rifugiarsi in un passato fatto di barriere e ruoli tradizionali?

La risposta sta nella vertigine che ci provoca il presente. Siamo la prima generazione consapevole che starà economicamente peggio dei propri genitori. Cresciamo in una società “liquida”, dove tutto è negoziabile, precario e costantemente in discussione. La sacrosanta decostruzione dei vecchi modelli culturali, dall’emancipazione femminile alla critica della mascolinità tossica, ha lasciato molti ragazzi senza punti di riferimento precisi, immersi in una profonda ansia da prestazione sociale e relazionale.

In questo vuoto, la rigidità smette di essere percepita come una prigione e diventa un’ancora di salvezza. Che si tratti della solennità della Messa tridentina o degli slogan di un partito sovranista, il meccanismo psicologico è lo stesso: stabilire un confine chiaro tra un “Noi” protetto e un “Fuori” minaccioso. Il passato viene idealizzato come un’età dell’oro dove i ruoli erano scritti, l’autorità era certa e il futuro non faceva così tanta paura.

La vera ironia della nostra epoca è che questa nostalgia viene venduta con gli strumenti digitali più avanzati del futuro. La tradizione non si riscopre sui libri, ma attraverso i meme e gli algoritmi dei social, spesso in modo parziale, impreciso o privo di contesto storico, trasformando il conservatorismo nell’atto di ribellione più anticonformista a nostra disposizione.

Resta da capire se il ritorno al passato sia un moto temporaneo o la vera rivoluzione dei giovani, ma quel che è certo è che se le istituzioni vogliono tornare a parlare ai giovani, devono ascoltare i loro bisogni reali, perché se oggi molti ragazzi si voltano indietro, è solo perché hanno troppa paura di guardare al domani.

L'autrice / autore

Ciao! Sono Ginevra Malavolta, e quando non sono persa in un libro mi piace esplorare nuovi posti, alla ricerca di nuove meraviglie… come le chiese, o le mostre, o i festival…