E che fine hanno fatto gli Achei?

                   

La guerra di Troia molto probabilmente l’avrete studiata ad epica con l’Iliade e il suo “spin-off”, l’Odissea, ma ci sono delle curiosità su questa guerra delle quali a scuola non si parla mai. Per esempio: Che fine hanno fatto i suoi eroi? Spoiler: alcune delle loro storie non hanno un lieto fine. Ma andiamo con ordine e partiamo dai vincitori: gli Achei, terribili guerrieri, spietatissimi sia nel campo di battaglia che fuori.

Agamennone, appartenente alla famiglia degli Atridi, era il re di Micene e veniva soprannominato “il re dei re”. Crudele, spietato e arrogante, morì in modo violento e tragico. Ma facciamo un passo indietro. Un giorno Agamennone andò a caccia e uccise un cervo, animale sacro alla dea Artemide, scatenando così la potente ira della dea, che decise di vendicarsi impedendo agli Achei di salpare verso Troia. Per poter ripartire, la dea richiese come sacrificio la figlia primogenita del re dei re, la povera Ifigenia. Agamennone si arrabbiò, ma la voglia di andare a combattere contro i Troiani e il suo ego smisurato prevalsero su tutto il resto. Portò la figlia con l’inganno sull’altare, facendole credere di sposare l’affascinante Achille. Appena fu arrivata dal suo promesso sposo, il padre le tagliò la gola, placando così l’ira della dea. La madre di Ifigenia e moglie di Agamennone, Clitemnestra, serbò rancore per il marito per ben dieci anni, regnando su Micene con Egisto, acerrimo nemico, nonché cugino, del re dei re. Clitemnestra in questi dieci anni escogitò un piano diabolico per uccidere il marito. Fece ristrutturare tutto il palazzo reale e fece dipingere nel bagno l’orribile storia degli Atridi, per ricordargli della sua terribile famiglia. Una volta arrivato a palazzo, Agamennone rimase colpito dall’accoglienza della moglie, che lo aspettava calma e sorridente e che per giunta gli aveva preparato un bel bagno caldo. Clitemnestra fece bere del vino al marito mentre lo lavava nella vasca e quando lui dovette uscire e rivestirsi, lei gli diede una camicia, con l’apertura dove di solito ci va la testa, cucita. Agamennone, ubriaco e confuso, si dimenò e cercò disperatamente di vestirsi, fino a quando Clitemnestra, con un colpo d’ascia ben deciso, lo uccise. 

Achille, re di Ftia, comandante dei Mirmidoni e amico di Patroclo, anche se alcuni lo considerano il suo amante, fu ucciso da Paride, o meglio, da Apollo, dio della musica e del sole. Infatti, mentre Achille stava combattendo, Paride, aiutato dal dio Apollo, prese in pieno l’eroe acheo nel suo unico punto debole, il tallone. Per chi non lo sapesse, o non se lo ricordasse, Achille fu immerso dalla madre e ninfa Teti nelle acque del fiume infernale Stige per essere reso invincibile. L’unico punto che la madre non riuscì ad immergere fu proprio il tallone, usato per tenere il figlio. 

Aiace Telamonio, re di Salamina, si suicidò tragicamente dopo aver perso il senno. Infatti ci fu una contesa tra lui e Odisseo, conosciuto come Ulisse a Roma, per ottenere le armi di Achille. Agamennone e il fratello Menelao preferirono dare le armi ad Odisseo, suscitando cosi l’ira e il desiderio di vendetta di Aiace. Purtroppo Atena, protettrice di Odisseo, fece perdere la testa al nostro povero eroe, che iniziò ad uccidere molti animali innocenti pensando che stesse uccidendo il suo nemico. Appena riacquistò lucidità, l’eroe si pentì e si vergognò moltissimo per ciò che aveva fatto, quindi decise di suicidarsi utilizzando la spada di Ettore, eroe troiano. La storia della morte di Aiace viene raccontata nell’omonima tragedia di Sofocle, dove è presente una forte tensione drammatica. 

Aiace Oileo, spesso confuso con Aiace Telamonio, dopo aver stuprato la principessa troiana Cassandra nel tempio di Atena, morì grazie all’intervento della dea stessa in una tempesta durante il ritorno in patria.

Diomede, re di Argo, dopo esser tornato in patria e dopo aver trovato la moglie Egialea con un altro, decise di peregrinare in giro per il Mediterraneo fino a quando non si stabilì in Italia e divenne immortale grazie ad Atena, sua protettrice. Altre versioni del mito dicono che lui morì di vecchiaia. Diomede nella letteratura appare nella Divina Commedia, con il suo caro amico Odisseo nel Canto XXVI dell’Inferno, dove i due sono avvolti dalle fiamme nel cerchio dei consiglieri fraudolenti; infatti loro sono ricordati principalmente per aver escogitato l’inganno del cavallo di Troia.

Menelao, appartenente alla famiglia degli Atridi, era re di Sparta, fratello di Agamennone e marito di Elena. Una volta finita la guerra, lui si riprese Elena e dopo otto anni riuscirono a tornare in patria. Alla loro morte finirono dritti nei Campi Elisi, una specie di Paradiso. Altre versioni del mito dicono che in realtà a Troia ci fosse un’immagine di Elena e che la donna in realtà si trovasse in Egitto, dove Menelao andò a prenderla.

Patroclo, figlio di Menezio e amante di Achille, morì nel libro XVI dell’Iliade. La sua morte viene narrata da Omero, che parla in prima persona con lo stesso Patroclo, dicendogli che si è lanciato a combattere i Troiani quattro volte, che fu colpito prima dal dio Apollo, poi da Euforbo e infine dal potente Ettore. Le sue ultime celebri parole, rivolte ad Ettore, furono: “ Ti dirò un’altra cosa e ricordatela bene: non andrai lontano, poiché la morte e il destino implacabile ti sono già vicini. Morirai per mano di Achille, della stirpe nobile di Eaco”. Quindi le ultime parole di Patroclo furono una profezia, che si avvererà.

Odisseo era il re di Itaca, isola greca, ed era conosciuto soprattutto per il suo “multiforme ingegno”. Protetto dalla dea Atena, le sue avventure dopo la guerra di Troia sono narrate nella celebre “Odissea” fino al suo ritorno in patria e alla lotta contro i Proci, pretendenti del trono di Itaca. Ma come morì? Ci sono parecchie versioni, due sono le più importanti. Quella più famosa è quella che narra Dante quando lo incontra nell’Inferno con Diomede. Secondo il sommo poeta, Ulisse morì in un naufragio provocato da un vortice dopo aver oltrepassato le Colonne d’Ercole, che corrispondono all’attuale Stretto di Gibilterra, e dopo aver visto la montagna del Purgatorio. Molto conosciuta e amata è una frase che lui dice ai suoi uomini per incitarli a remare: “Considerate la vostra semenza: nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, citata anche da Primo Levi nel libro “Se questo è un uomo”. L’altra versione ci dice che Odisseo fu ucciso per sbaglio dal figlio Telegono, avuto con la maga Circe, con una freccia avvelenata o con una lancia che aveva sulla punta l’aculeo di un mostro marino. 

Che dire, i nostri vincitori saranno pur conosciuti per la loro gloria in battaglia, ma le loro morti non sono state così gloriose. 

                                                                                                                    

L'autrice / autore

Fiorentina d’adozione, sono appassionata di storia, arte, letteratura e psicologia e adoro i film e le serie tv. Spesso penso troppo e occasionalmente dò consigli di vita. Leggo per imparare, scrivo per informare.