La notte dei classici: torniamo umani e apriamo la nostra casa

E’ l’ospitalità il tema scelto nell’edizione 2026 della Notte Nazionale del Liceo Classico, un evento annuale dove gli studenti di tutta Italia aprono le porte della propria scuola per portarci nel mondo antico con spettacoli e letture. Lo scopo del concorso è sottolineare l’attualità dei classici.

di Lavinia Andrea Mocanu

Il 27 marzo scorso, in tutti i licei d’Italia si è parlato di humanitas e di ospitalità. Ospitare una persona nella propria casa significa condividere lo stesso ambiente, lo stesso cibo con una persona a noi sconosciuta o anche conosciuta. Ospitare è un gesto di amore semplice, puro, profondo perché la casa non è un luogo qualsiasi. La casa è il luogo in cui noi cresciamo, siamo felici, siamo tristi, è il luogo in cui ci concediamo di essere anche più deboli. È uno dei primi luoghi in cui noi siamo noi stessi e impariamo a conoscerci. Condividere tutto ciò con una persona è di per se un gesto di amore profondo: siamo disposti a farci vedere in tutte le nostre sfaccettature, così come siamo all’interno del luogo in cui noi ci sentiamo più sicuri. Non a caso nell’antichità gli ospiti erano considerati persone mandate da Zeus stesso, era sacro ospitare qualcuno e quell’ospitalità, quell’atto d’amore, non era vano, ma veniva celebrato per generazioni.

Questo lo vediamo bene nella storia di Enea e Didone. Lei era fenicia, da Tiro, ed era sposata e innamoratissima di Sicheo. Aveva anche un fratello, Pigmalione, che divenne un tiranno e che uccise segretamente il marito di sua sorella. Lei lo venne a sapere dal fantasma di Sicheo, che le disse di scappare con qualcuno e di prendersi delle ricchezze. E questo è ciò che lei fece. Scappò e arrivò in Libia. Non aveva più una casa, ma ne aveva bisogno. Il re Iarba la ospitò e lei gli chiese delle terre. Lui le concesse un pezzo di terra grande quanto una pelle di bue, ma lei questa pelle di bue la tagliò a striscioline sottilissime e lì fondò la sua città, Cartagine.

Senza l’ospitalità di Iarba, lei non sarebbe mai riuscita a fondarla e mentre la stava costruendo arrivò il profugo Enea. Un uomo che aveva combattuto una guerra non sua, causata da un fantomatico cugino e dalla bella bionda che lui aveva rapito in vacanza. Aveva visto la sua città bruciare, i parenti morire e i loro spiriti predirgli un lungo esilio in una terra a lui sconosciuta. Enea era stremato dal dolore, ma doveva andare avanti e il viaggio fu pieno di difficoltà, speranze e delusioni, visto che ogni singola persona che incontrava gli ricordava delle sofferenze che avrebbe dovuto subire; ma nonostante ciò lui accolse, non una persona qualunque, ma un nemico, Achemenide, trovato nella terra dei ciclopi. Lui “spem vultu simulat, premit altum corde doloremsimula speranza sul volto, soffoca nel cuore un profondo dolore, piange segretamente la morte dei suoi amici.

Aveva bisogno di essere accolto e non a caso capita nelle terre di Didone. Pure lei aveva un bisogno: quello di accogliere, quello di riempire una parte del suo cuore ormai vuota. E ci pensa Venere a riempirglielo, mandandole Cupido che “Paulatim abolere Sychaeum / incipit et vivo temptat praevertere amore / iam pridem resides animos desuetaque cordainizia piano piano a cancellare Sicheo e già con l’amore vivo tenta di travolgere l’animo lento e il cuore ormai disabituato. Didone si innamorò di Enea e anche lui si innamorò di lei, ma non è questo il punto. Il punto è che si sono aiutati a vicenda: lei l’ha ospitato e lui le ha dato la possibilità di riprovare l’amore dopo un sacco di tempo. Certo non va a finire bene, però la loro storia d’amore è memorabile. Lei, quando lo incontrò per la prima volta, disse “non ignara mali miseris succurrere disco” non ignara di mali, ho imparato a soccorrere i miseri.

Succurrere disco. Ho imparato a soccorrere. Ma noi lo facciamo ancora? Noi veramente aiutiamo le persone in difficoltà? Noi saremmo disposti al giorno d’oggi ad aprire le porte di casa nostra a uno sconosciuto? Invitiamo i nostri amici nelle nostre case o preferiamo vederci fuori? Che fine ha fatto la pietas? Che fine ha fatto la Xenia? Che fine ha fatto quella parte di noi disposta a farsi vedere così com’è? Dove siamo finiti? Perché non ci fidiamo più? Perché non ci vediamo tutti così come siamo, come esseri umani? Tutti uguali tra noi. Ricordatevi dei momenti in cui altre persone vi hanno accolto nelle loro case, di quando avete condiviso lo stesso tetto, lo stesso cibo ed eravate tutti felici, eravate tutti umani, eravate tutti voi stessi. Semplicemente voi, senza maschere, perché la casa te le toglie tutte. Ciò che Enea e Didone ci insegnano è che noi siamo entrambi: abbiamo sempre tutti il bisogno sia di accogliere che di essere accolti perché siamo fatti così. Ospitare è profondamente umano e allora facciamolo, ritorniamo umani. 

                                                                                        

L'autrice / autore

Fiorentina d’adozione, sono appassionata di storia, arte, letteratura e psicologia e adoro i film e le serie tv. Spesso penso troppo e occasionalmente dò consigli di vita. Leggo per imparare, scrivo per informare.