di Anastasia Ghezzi
“Amo a te” non è un errore grammaticale, come molti di voi potrebbero pensare, ma un’espressione ideata dalla filosofa francese Luce Irigaray per sdoganare il modo in cui vediamo le relazioni interpersonali, amorose e non. Non il solito “ti amo”, ma una frase dove il destinatario diventa più evidente. Così, il complemento di termine serve a preservare l’irriducibilità dell’altro, evitando che l’amore diventi un rapporto di possesso. Questa forma non è una novità, è presente in molti dialetti meridionali, così come in spagnolo.
«Amare a te, e, in questo a, disporre di un luogo di pensiero, di pensare a te, a me, a noi, a ciò che ci riunisce e ci allontana, all’intervallo che ci permette di divenire, alla distanza necessaria per l’incontro.»
La lettera a è un segno di mediazione, di un rapporto che non è diretto. “Non ti sottometto, né ti consumo. Ti rispetto” scrive l’autrice. L’a rappresenta la non-riduzione a oggetto di una persona. “Ti amo, ti desidero, ti prendo, ti seduco, ti ordino, ti istruisco… rischiano sempre di annientare l’alterità dell’altro, facendolo divenire un mio bene, un mio oggetto” spiega Luce Irigaray.
Per l’autrice le persone sono lo specchio della società. Una società consumista nell’economia e nelle relazioni interpersonali, dove l’altro è trattato come un oggetto. E, inserendo quella a, introduciamo una mediazione: difendiamo l’altro dalle nostre ingerenze, dal bisogno continuo di questi rapporti. Blocchiamo l’accesso diretto all’altro e smorziamo la violenza.
Quest’intransitività viene anche applicata ad altri verbi come toccare e ascoltare: vanno ripensati seguendo il filo rosso della irriducibilità, l’autonomia dell’altro. Dunque, l’incontro con l’altro non deve annullare le differenze tra gli individui, ma le deve rispettare attraverso la distanza, attraverso quel a te.
«Ti amo, ti desidero, ti prendo, ti seduco, ti ordino, ti istruisco ecc. rischiano sempre di annientare l’alterità dell’altro, facendolo(a) divenire un mio bene, un mio oggetto, riducendolo(a) al o nel mio, cioè a qualcosa che già fa parte del mio campo di proprietà esistenziali o materiali.»
Continuando con la lettura del brano, possiamo vedere come la filosofa dia un ruolo centrale all’ascolto. Attraverso questa azione si crea uno spazio in cui l’altro possa apparire senza essere definito o catturato dalle nostre categorie. Il silenzio diventa un luogo irriducibile dove l’altro può esistere e manifestarsi liberamente. Ascoltare richiede la nostra disponibilità, ma questo gesto ci libera, noi e l’altro. Così facendo diamo agli altri un luogo ancora “vergine” per esistere, esprimere la propria intenzione, senza gridare o chiedere, ma soprattutto senza sovrastare l’altro.
«Ti ascolto non a partire da ciò che so, che sento, che sono già, e neppure in funzione di ciò che sono già il mondo e la lingua, dunque in modo, in un certo senso, formale. Ti ascolto piuttosto come la rivelazione di una verità non ancora manifestata, la tua, e quella del mondo rivelato attraverso di e da te»
Luce Irigaray nella sua esposizione fa largo uso di concetti come irriducibilità, differenza e intransitività, poiché questi termini sottolineano il fatto che l’altro, specialmente nel caso della relazione amorosa, è indisponibile a noi: non lo conosciamo e non lo possediamo, né attraverso il pensiero né attraverso la carne. Nonostante quest’idea sia nobile, ogni giorno vediamo episodi di rapporti cosiddetti tossici, contraddistinti da dipendenza affettiva, gelosia morbosa, violenza fisica e psicologica, fino ad arrivare, purtroppo sempre più spesso, all’omicidio. In questi rapporti deviati, l’altro rimane un oggetto, una proprietà.
«Non ti prendo né come oggetto diretto, né come oggetto indiretto girando attorno a te. […] L’a è garante di due intenzionalità: la mia e la tua. In te amo ciò che può corrispondere alla mia intenzionalità e alla tua.»
Per questo la formula di Luce Irigaray, seppure possa apparire un sofisma o frutto dell’ingegno di un filosofo annoiato, ci ricorda che questo non è amore. Amare non implica un possesso, un predominio o una sottomissione. Amare è un verbo che va ripensato come intransitivo, in grado di scardinare le regole classiche dei rapporti che viviamo ogni giorno.
«A te, senza appropriazione, senza possesso né perdita di identità, nel rispetto di una distanza […]»
L'autrice / autore
Non ho talenti speciali, sono solo “appassionatamente curiosa”, direbbe Einstein se fosse al mio posto.
Tra le colline della maremma grossetana, ho sempre trovato un rifugio nei libri. Le emozioni degli autori attraversano le loro penne, mi sento più vicina a loro ed è così che ho imparato a conoscere veramente il mondo.


