L’impossibile come orizzonte: la rivoluzione del Giffoni festival

Di Ginevra Malavolta

Ci sono luoghi in cui la geografia sembra un destino e l’anagrafe una condanna. Nel 1970, Giffoni Valle Piana era esattamente questo: un piccolo comune della provincia salernitana, incastrato tra le colline campane, dove ottomila e cinquecento anime condividevano la placida e rassegnata assenza di prospettive. Per i giovani di allora, la sera non offriva altro che la ripetizione di passi sempre uguali attorno a una fontana di piazza. Ed è proprio girando attorno a quella fontana, il 20 ottobre di cinquantasei anni fa, che un diciottenne di nome Claudio Gubitosi decide che la rassegnazione non può essere l’unica risposta possibile. Da un’esigenza profondamente personale, che si è fatta immediatamente interprete di un vuoto collettivo, è nata quella che oggi possiamo definire, senza timore di smentita, una delle più grandi e visionarie imprese culturali che l’Italia abbia mai regalato al mondo. Un vero e proprio miracolo di caparbietà e intuizione che ha scardinato le regole del mercato culturale.

Incontrare Claudio Gubitosi oggi significa fare un viaggio dentro questa storia, ma con lo sguardo costantemente rivolto al futuro. Quest’anno il festival ha scelto come filo conduttore “Impossible Things”, le cose impossibili, un tema che non è solo un cartellone di eventi, ma la sintesi perfetta di un’esistenza intera. Quando gli chiediamo come si sia arrivati a questa scelta e quale sia stata la sfida più complessa da superare in oltre mezzo secolo, la sua risposta liquida ogni retorica con la forza della concretezza: “Non ti devi chiedere se la cosa è possibile o non è possibile, la devi fare” . È questo lo spirito con cui, nel 1971, prese vita la prima vera edizione del festival, una scommessa apparentemente folle: dedicare una kermesse internazionale a un pubblico che l’industria cinematografica di allora ignorava sistematicamente, ovvero i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

A quell’epoca, infatti, il cinema era un rito per cinquantenni e sessantenni; le pellicole per l’infanzia erano un’eccezione commerciale confinata quasi esclusivamente alle uscite natalizie della Disney. Giffoni decise di essere programmaticamente un festival controcorrente e rivoluzionario, capace nel tempo di influenzare le grandi produzioni e le distribuzioni d’oltreoceano. Se Gubitosi dovesse ricominciare da capo oggi, non cambierebbe una virgola di quel manifesto politico e culturale: “Farei identicamente le stesse cose: stare al centro, lottare, andare avanti controcorrente. Oggi c’è ancora più bisogno di Giffoni, perché qui i giovani non sono spettatori, sono protagonisti responsabili della propria esistenza”.

Questa centralità del ragazzo non è uno slogan, ma un metodo di lavoro che si riflette nella gestione tecnica dei contenuti. In un’epoca complessa come la nostra, segnata dal rischio costante di scivolare nella trappola della censura preventiva per un malinteso senso di protezione, la struttura di Giffoni si regge su un presupposto opposto: la responsabilità e la fiducia. Il team del festival visiona circa 4.500 film all’anno per selezionare storie adatte a percorsi che rifiutano ogni filtro censorio, dividendo la platea in sezioni rigidamente calibrate sull’età (dai piccolissimi della sezione +3 fino ai maggiorenni e ai genitori). È l’idea di uno spazio psicologicamente sicuro dove anche i temi più dolorosi e spigolosi (come le separazioni familiari o i disagi adolescenziali) diventano l’innesco per un dibattito franco tra i giurati. “In sala ci sono molti ragazzi che hanno vissuto quei disagi: lì si apre un dibattito, si parlano, discutono, si confortano e crescono”,  racconta Gubitosi, ribadendo che la vera parola chiave di tutto il progetto rimane una sola: ascolto. Chi arriva a Giffoni, che sia un politico, uno scienziato o una star di Hollywood, deve prima di tutto mettersi in cattedra per ascoltare, come accade nella sezione Impact, dove duecento giovani dialogano con i protagonisti della vita pubblica senza la mediazione di un conduttore.

Il 2026, tuttavia, porta con sé un altro evento radicale, una scelta che lo stesso Gubitosi definisce per certi versi rivoluzionaria rispetto alle dinamiche della nostra società: il passaggio del testimone. In un mondo, anche politico, che tende ossessivamente ad accentrare il potere e le funzioni, il fondatore ha scelto la via della frammentazione e della fiducia nelle nuove generazioni, lasciando dal primo gennaio i suoi storici incarichi e dividendo la complessità della sua figura (che univa direzione artistica, organizzativa, amministrativa e istituzionale) in un team corale guidato dal figlio Jacopo e composto da storici collaboratori come Luca Apolito, Davide Russo e Marco Cesaro. Un distacco vissuto non con il peso del possesso, ma con una profonda sensazione di “normalità” e “leggerezza”. “C’è un tempo per tutto”, confessa con la serenità di chi ha governato una macchina culturale per cinquantacinque anni, “Arriva il tempo di metterti da parte e dire: ho fatto, adesso fate. Vi lascio un patrimonio incredibile. La creatività non è standard, deve cambiare momento per momento, guardando all’epoca in cui stiamo vivendo, tra guerre ed economie che vanno a rotoli. Non si può essere un mondo a parte, bisogna essere parte del mondo. Sono le giovani generazioni che comandano, non gli adulti”.

Questo cambio di passo non allontana Gubitosi dalle piazze del festival, dove continua a scendere tra i ragazzi con microfono e telecamera, mosso da quella necessità di calore e contatto umano che lo ha sempre contraddistinto. Dopotutto, la storia di Giffoni è impressa nelle parole dei milioni di ragazzi passati da quelle sale, testimonianze raccolte nei tre volumi storici “Giffoni, il viaggio di una bella storia italiana”. Tra le migliaia di lettere, Gubitosi ne ricorda una con particolare commozione, quella di un bambino che scrisse: “Io aspetto Giffoni più del Natale, perché a Natale mia nonna mi dà 50 euro, ma io aspetto Giffoni più di quei 50 euro”. O quella di chi ha trovato nel festival il coraggio di sconfiggere le proprie paure, di alzare un dito e parlare finalmente davanti a tutti.

È questa incredibile forza d’attrazione che ha trasformato un piccolo comune in un polo architettonico e culturale unico al mondo, capace di dotarsi nel 2000 della Cittadella del Cinema e successivamente della Multimedia Valley, nate entrambe dopo sedici lunghi anni di attese burocratiche. Strutture necessarie, perché, per usare una metafora dello stesso fondatore, “nato in una culla non puoi continuare a stare in una culla, devi crescere”. Un’infrastruttura che ha permesso alla storia di materializzarsi fisicamente in Campania, portando sul red carpet non solo il grande cinema, ma figure del calibro di Mikhail Gorbachev o numerosi premi Nobel, unendo in un unico grande segmento l’arte, la scienza e il sociale.

Se quasi ogni desiderio ed esplorazione culturale ha trovato cittadinanza a Giffoni (con giganti come Sergio Leone e Meryl Streep che hanno onorato il festival), l’unico vero rammarico storico di Claudio Gubitosi rimane legato a due assenze indimenticabili del panorama italiano: Federico Fellini, autore fondamentale per la sua personale crescita culturale, che non riuscì mai a portare a Giffoni, e Massimo Troisi, che dovette rinunciare al viaggio all’ultimo momento a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Due tasselli mancanti in un mosaico che resta comunque monumentale. Oggi, mentre la nuova direzione sperimenta formati di rottura come Giffoni Shock per anticipare i codici comunicativi dei prossimi dieci anni, Claudio Gubitosi si riscopre narratore. Pronto a portare questa immensa esperienza umana e culturale nelle università, nelle scuole e ovunque ci siano gruppi giovanili bisognosi di un consiglio per rafforzare le proprie debolezze. Perché l’auspicio finale è che possa nascere un modello Giffoni in ogni angolo del mondo, una piattaforma perenne capace di intercettare le fragilità del presente e trasformarle in una nuova, straordinaria possibilità.

L'autrice / autore

Ciao! Sono Ginevra Malavolta, e quando non sono persa in un libro mi piace esplorare nuovi posti, alla ricerca di nuove meraviglie… come le chiese, o le mostre, o i festival…