Aule piene di studenti volontari al corso-evento aperto (a tutti) da due professoresse
di Lavinia Mocanu
Pochi iscritti al liceo classico portano a poco studio del greco. Molti vanno avanti con la loro vita sapendo solo il latino, alcuni neanche quello; ma la maggior parte delle parole che usiamo oggi derivano proprio dal greco. Un esempio? Paradosso. Deriva da “doxa”, opinione, ed è preceduto dal suffisso “para”, contro. Un paradosso è quindi l’andare contro un opinione, creando così una contraddizione. Ebbene a Milano, città super frenetica, ci sono due professoresse, Franca Gusmini e Ilaria Zuliani, che hanno aperto un corso di greco al liceo Berchet. É qui che entra in gioco il paradosso: nella città in cui il tempo scorre alla velocità della luce, molti hanno scelto di rallentare andando a studiare il greco.
Tutto parte da lì, dalla lingua più antica dell’Occidente: la filosofia, la democrazia, la scrittura di poemi e poesie. Con le sue 24 lettere, il greco ha creato la base della cultura occidentale e ci ha persino permesso di decifrare i geroglifici! Quindi il greco non è inutile, ma è la nostra radice, da cui tutti noi ci siamo evoluti. In un mondo che scorre alla velocità della luce, che punta alla superficialità, che non guarda oltre le apparenze, questa lingua antica ci porta a sfondare i limiti imposti dalla società, ci impone pazienza, calma, ragionamento. Ci fa riflettere, cosa che ormai non facciamo quasi più, ci impone di ritornare alle origini.
Il corso delle due professoresse è andato sold out quasi subito, l’aula magna del liceo Berchet era affollata di studenti di ogni età, tutti erano molto interessati alla lezione. Ma come mai tutto questo interessamento? A cosa ci serve effettivamente il greco, lingua che sembra così lontana da noi? Serve a farci tornare in noi, serve per essere pienamente noi stessi. Magari non tutti hanno bisogno del greco per essere sé stessi, ma il suo studio ci porta a comprenderci meglio. Pensiamo banalmente alle tragedie greche: venivano recitate negli anfiteatri con delle maschere e puntavano alla “catarsi”, che significa “purificazione”. Lo spettatore, guardando la tragedia, si lasciava andare, piangeva, magari si disperava pure perché rivedeva sé stesso nel personaggio in scena. Ora tutte le tragedie greche sono state tradotte numerose volte, ma se ci mettiamo a leggere una tragedia, o se la guardiamo a teatro, ci purifichiamo, riflettiamo su noi stessi. Ma portiamo un altro esempio, più concreto: io, autrice di questo articolo, faccio il liceo scientifico e quindi studio il latino, ma non il greco. Di recente mi è venuta questa voglia quasi “strana” per una ragazza di 17 anni: studiare il greco. Perché? Perché mi affascina profondamente. Le sue lettere sembrano quasi codici segreti, tradurre sarebbe come decifrare tali codici per scoprire una verità più profonda.
Tutto ciò per dire che il greco non è banalità, non è una sciocchezza, una rottura di scatole infinita, ma noi siamo il greco e il greco è noi. Siamo irrimediabilmente intrecciati e le due professoresse milanesi ce l’hanno fatto capire.
L'autrice / autore
Fiorentina d’adozione, sono appassionata di storia, arte, letteratura e psicologia e adoro i film e le serie tv. Spesso penso troppo e occasionalmente dò consigli di vita. Leggo per imparare, scrivo per informare.


