Scuola, arriva il decreto sul tetto del 30% di alunni stranieri: ecco di cosa si tratta e cosa potrebbe cambiare In un momento di forte attenzione politica su immigrazione e integrazione, il governo Meloni torna a mettere la scuola al centro di una nuova stretta. Il 20 settembre, alla festa di Gioventù Nazionale Fenix, Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento per introdurre per legge un limite al numero di studenti stranieri per classe, insieme ad altre misure sull’apprendimento dell’italiano e sul divieto di burqa e niqab a scuola. Il tetto del 30% era già previsto da una circolare ministeriale, ma non è stato applicato sistematicamente proprio per le difficoltà concrete. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara vuole ora trasformarlo in legge per evitare la formazione delle cosiddette “scuole ghetto”. Ma qui arriva il primo paradosso: per affrontare un problema complesso si sceglie una percentuale semplice, uguale per tutti. La categoria degli “studenti stranieri”, infatti, comprende ragazzi con percorsi completamente diversi. Nell’anno scolastico 2022/2023 erano 914.860, l’11,2% della popolazione scolastica; 598.745, il 65,4%, erano nati in Italia. Quasi due su tre, quindi, non erano ragazzi arrivati da poco nel nostro paese, ma studenti nati qui. Le difficoltà, tuttavia, non sono distribuite allo stesso modo. Nel 2024/2025, tra gli studenti di terza media nati in Italia da genitori stranieri, il 57,2% non raggiungeva il livello adeguato nelle competenze alfabetiche. La percentuale saliva al 75% tra gli studenti nati all’estero, contro il 37% dei ragazzi nati in Italia da genitori italiani. Numeri che mostrano un problema reale, ma anche quanto sia sbrigativo mettere tutto nello stesso calderone. Si tratta infatti di competenze scolastiche e non della semplice capacità di parlare italiano. Anche i dati sulle classi fanno riflettere. Considerando tutti gli studenti con cittadinanza non italiana, il 7,6% delle classi superava il 30%; considerando solo quelli nati all’estero, la quota scendeva allo 0,6%. Nella primaria passava dal 12,4% allo 0,6%, mentre alle medie dal 7% allo 0,2%. E allora una domanda viene spontanea: se il problema che si vuole affrontare è soprattutto quello delle difficoltà linguistiche, perché partire dalla cittadinanza invece che dalle effettive necessità degli studenti? Perché un ragazzo arrivato in Italia da pochi mesi e uno nato e cresciuto qui da genitori stranieri possono avere la stessa cittadinanza, ma storie, competenze linguistiche e percorsi scolastici completamente diversi. Il dibattito ha coinvolto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il 21 settembre, all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, ha definito la scuola la “più efficace leva di integrazione” e ha richiamato l’articolo 34 della Costituzione: “La scuola prepara tutti. È aperta a tutti”. Ha inoltre sottolineato la necessità di costruire legami e impedire la formazione di ghetti e barriere. Mattarella non ha citato direttamente il provvedimento del governo, ma le sue parole arrivano proprio mentre il tema del tetto agli studenti stranieri è al centro del dibattito nazionale. E il contrasto è evidente: da una parte una soglia numerica, dall’altra l’idea della scuola come luogo di integrazione. Resta poi il problema pratico, forse il più difficile da ignorare. In alcuni territori la presenza di studenti con cittadinanza straniera è molto superiore alla media nazionale. Se una scuola supera il tetto, gli alunni dovrebbero essere distribuiti tra altre sezioni o istituti. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha definito il limite condivisibile ma difficile da applicare: le scuole devono accogliere gli studenti del territorio e non è sempre possibile spostarli altrove. È anche il motivo per cui la precedente circolare non era stata applicata. Il rischio è quindi quello di creare un effetto domino: una percentuale fissata sulla carta che, una volta calata nella realtà dei quartieri, potrebbe trasformarsi in spostamenti, riorganizzazioni e problemi logistici per famiglie e scuole. I dati mostrano difficoltà reali, soprattutto tra gli studenti nati all’estero, ma mostrano anche il peso enorme delle seconde generazioni. E questo dovrebbe spingere a una riflessione meno semplicistica. La sfida non è soltanto stabilire quanti studenti stranieri possano stare nella stessa classe. È capire dove servono davvero risorse: sostegno all’italiano per chi ne ha bisogno, supporto agli insegnanti, più strumenti per le scuole che affrontano le situazioni più complesse e interventi mirati nei territori più fragili. Perché dietro quel 30% non ci sono solo numeri da redistribuire, ma bambini, ragazzi, famiglie e interi quartieri. Il rischio, alla fine, è cercare una soluzione numerica a un problema che numerico non è.
L'autrice / autore
La redazione di generazione News


