Macklemore e Ed Sheeran: quando «Free Palestine» diventa una colpa

Due parole. «Free Palestine». Pronunciate davanti a migliaia di persone, sono diventate per Macklemore il centro di una battaglia. E pochi giorni dopo gli sono costate l’esclusione dalle restanti date americane del Loop Tour di Ed Sheeran. Il rapper avrebbe dovuto aprire otto dei dieci concerti ancora in programma negli Stati Uniti. Dopo le esibizioni del 4 e 5 settembre al MetLife Stadium, in New Jersey, è arrivata la decisione di rimuoverlo dal tour. Sul palco aveva parlato della Palestina, della situazione a Gaza e della Cisgiordania occupata, cantando anche Hind’s Hall, il suo brano dedicato alle proteste pro-Palestina nei campus americani. Macklemore ha raccontato di aver avuto conversazioni difficili con Ed Sheeran, suo amico da tredici anni, e ha sostenuto che la decisione sia arrivata dopo pressioni da parte di alcuni proprietari degli stadi, citando in particolare Robert Kraft. La sua ricostruzione è stata in parte confermata dal promoter Messina Touring Group, secondo cui alcune delle venue successive avevano comunicato che non avrebbero accettato Macklemore nel cast. Il ruolo preciso dei singoli proprietari e le eventuali pressioni, però, non sono stati verificati indipendentemente. Ed Sheeran ha chiarito di non essere stato lui a cacciare Macklemore. Ha spiegato di aver cercato una soluzione con organizzatori e proprietari degli stadi e che, in caso contrario, alcune date avrebbero potuto saltare. Sheeran ha detto di avere opinioni personali sul conflitto israelo-palestinese, ma di non volerle rendere pubbliche né trasformare i suoi concerti in un forum politico. La vicenda ha coinvolto anche Pink, che ha criticato alcuni aspetti dell’esibizione di Macklemore, precisando però di non aver mai chiesto la sua esclusione dal tour. Ha inoltre ricordato un episodio del 2014, quando Macklemore indossò un costume giudicato antisemita e in seguito si scusò. Il tema della Palestina continua così a intrecciarsi con quello dell’antisemitismo. Ma sono due questioni che non dovrebbero essere confuse: criticare le politiche del governo israeliano non significa automaticamente essere antisemiti, così come difendere i diritti dei palestinesi non significa giustificare eventuali espressioni antisemite. Ed è proprio qui che la storia di Macklemore diventa più grande della musica. Sheeran ha scelto di non rendere pubbliche le proprie opinioni, mentre Macklemore ha scelto di parlare, sapendo che le sue parole potevano avere conseguenze anche sulla sua carriera. E infatti la conseguenza non è stata soltanto una discussione sui social: ha perso un palco. I grandi concerti sono anche eventi commerciali, con contratti, sponsor, proprietari di stadi e interessi economici importanti. Ma restano anche luoghi in cui un artista può decidere di parlare di quello che succede nel mondo. Il confine tra musica e politica, in fondo, è sempre stato molto più sottile di quanto spesso si voglia ammettere. Macklemore ha detto di non considerarsi una vittima. Né lui, né Sheeran, né Pink. Le vittime, secondo lui, sono i palestinesi che stanno vivendo le conseguenze della guerra. E forse è proprio questo il punto: mentre le celebrità discutono, i promoter cercano di salvare i concerti e i proprietari degli stadi decidono chi può salire sul palco, a Gaza continua una tragedia umanitaria che non dovrebbe diventare soltanto una disputa tra personaggi famosi. Ma una domanda rimane: se dire «Free Palestine» può costarti un palco, allora non si parla più soltanto di musica. Si parla di libertà di espressione, di interessi economici e del diritto di un artista di prendere posizione davanti a una tragedia umanitaria.

L'autrice / autore