Chi è la star che ha fatto arrabbiare Trump: il primo contratto discografico nel 2016, dopo tre anni di gavetta su SoundCloud; dieci anni dopo, è il primo vincitore dei Grammy Awards con un album interamente in spagnolo e protagonista del Superbowl LX
di Ginevra Malavolta
Procediamo per gradi: Benito Antonio Martínez Ocasio, classe 1994, in arte Bad Bunny, è cantautore, rapper, attore, wrestler, produttore discografico e attivista, ma prima di tutto un fiero portoricano. È proprio quest’ultima caratteristica, la sua forte identità nazionale, ad aver fatto parlare di lui.
Fin dagli esordi, Porto Rico è stata la vera protagonista delle sue canzoni: nella musica, che attraverso tamburi, trombe e maracas richiama il reggaeton delle strade dell’America Latina e dei Caraibi; nella lingua, inevitabilmente spagnola e ricca di idiomi locali; ma anche nei testi, carichi di riferimenti a luoghi, stereotipi e avvenimenti legati alla storia portoricana.
Forse è proprio questa autenticità, oltre che la potenza delle vibes della sua musica, ad averlo portato a vincere i Grammy Awards (Album of The Year) con un album, per la prima volta nella storia, interamente in lingua spagnola: DeBì TiRAR MàS FOToS.
Già questo di per sé è clamoroso, specialmente in un momento storico così delicato per le popolazioni latine, che si ritrovano al centro delle politiche anti immigrazione degli Stati Uniti, e a provarlo è il fatto che, in vista della notte dei Grammy, il cantante ha ricevuto così tante minacce di morte da vedersi costretto ad applicare delle misure di sicurezza aggiuntive, che tra scorta, pattuglie di polizia a presidiare l’evento e un’ambulanza speciale per un’eventuale emergenza, arrivavano a spese per un totale di 6 milioni di dollari.
Tuttavia Bad Bunny non si è fatto scoraggiare, e ha deciso comunque di cogliere l’occasione di un palco così importante per protestare contro la violenza dell’ICE. Durante il discorso di accettazione ha infatti esordito dicendo “Prima che dica grazie a Dio, dirò ICE out. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni, siamo umani, e siamo Americani”, ha poi continuato, “L’odio diventa più potente con altro odio. L’unica cosa che è più potente dell’odio è l’amore”.
Ovviamente, il Presidente Trump non è stato a guardare in silenzio, definendo il cantante “terribile”, e la sua vittoria immeritata. Ma niente a confronto con la sua reazione alla performance dello stesso Bad Bunny al Super Bowl LX halftime show, al quale si è rifiutato di assistere.
Ma passiamo adesso al Super Bowl: già la partecipazione non è stata facile per il cantante, che già dall’inizio ha dovuto fronteggiare numerose imposizioni, prima tra tutte, la richiesta di non cantare in spagnolo. Bad Bunny, in piena linea con i propri valori, si è opposto, difendendo fieramente il proprio orgoglio nazionale che, come abbiamo detto, è tutto per lui.
Successivamente, poi, era stata imposta la presenza dell’ICE all’evento, prevedendo che la presenza del rapper portoricano avrebbe portato una grande affluenza di immigrati latini, i più grandi nemici dell’attuale governo americano. Anche su questo, però, l’organizzazione ha dovuto fare un passo indietro.
Alla fine, il Super Bowl è arrivato, e Bad Bunny ne è stato assoluto protagonista, con 13:45 minuti di performance che hanno fatto la storia dell’evento.
In primo luogo, la presenza del cantante sembrerebbe essere stata determinante nel raggiungimento dei 130 milioni di streaming, un risultato da record.
Ma la performance stessa è stata epica. Già la scenografia lo era, che con il campo di grano, la casa rosa, i musicisti e i ballerini in strada, era una minimale rappresentazione di Puerto Rico. Ma l’apologia dell’America Latina ha raggiunto il suo culmine con l’esibizione di Lady Gaga che ha cantato “Die with a smile” nella versione spagnola, e poi il gran finale.
Lo show si è concluso con Bad Bunny che, sfilando con tutte le bandiere del continente americano, ha lanciato il messaggio politico più forte e silenzioso degli ultimi tempi: “God Bless America” ha esordito, per l’unica volta in inglese, elencando poi tutti gli Stati dell’America del Nord e del Sud. Poi è uscito di scena sulle note di “DtMF” mostrando una palla da Rugby con sopra scritto “Together are America” (Insieme siamo l’America).
Nel complesso, lo spettacolo è stato una dichiarazione politica di pace, mascherata da una performance di altissimo livello artistico. Il Presidente Trump ha preferito rispondere con un tweet carico di rabbia, confermando, senza volerlo, quanto la distanza tra quei due linguaggi, odio e l’amore, sia oggi più evidente che mai.
L'autrice / autore
Ciao! Sono Ginevra Malavolta, e quando non sono persa in un libro mi piace esplorare nuovi posti, alla ricerca di nuove meraviglie… come le chiese, o le mostre, o i festival…


