Memoria corta e miniere profonde: Marcinelle è lo specchio del presente

A settant’anni dal disastro in cui persero la vita 136 emigrati italiani, il disastro nella miniera di carbone in Belgio ci fa capire quanto sia doveroso accogliere e integrare chi cerca un futuro migliore

Di Ginevra Malavolta

L’8 agosto 1956 l’inferno aveva il nome di una cittadina belga. Nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, un malfunzionamento e un incendio improvviso intrappolarono centinaia di metri sottoterra 262 minatori. Di questi, 136 erano italiani. Ragazzi, padri e mariti partiti con una valigia di cartone e la promessa di un futuro migliore, letteralmente scambiati dallo Stato italiano in base a un accordo bilaterale col Belgio: braccia in cambio di carbone. 

Oggi, a settant’anni esatti da quel disastro, Marcinelle non è solo una pagina di cronaca nera da commemorare con la retorica asettica delle grandi occasioni. È, al contrario, una storia che ci riguarda da vicino, uno specchio implacabile che mette a nudo i cortocircuiti del nostro presente, la nostra spaventosa amnesia emotiva e le nostre quotidiane ipocrisie politiche.

Anche se ce ne siamo dimenticati, c’è stato un periodo in cui la nostra cultura era profondamente legata al viaggio e allo sradicamento. La letteratura italiana ha spesso provato a cristallizzare questa condizione, a darle una voce che andasse oltre i meri dati statistici. Pensiamo a Novecento di Alessandro Baricco, quando descrive quel momento esatto in cui qualcuno, dalla prua del piroscafo, vede l’America. In quel grido c’era la speranza disperata di milioni di italiani che guardavano la linea dell’orizzonte come l’unica via di salvezza possibile da una terra che non sapeva come sfamarli.

Ma la letteratura, oggi, sembra quasi un reperto archeologico di cui ci dimentichiamo non appena spegniamo lo schermo della nostra empatia ideale. Ci commuoviamo per le storie dei nostri nonni minatori, proviamo un moto di indignazione retroattiva per i cartelli fuori dai locali belgi che recitavano “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Eppure, quel grido descritto da Baricco lo abbiamo censurato, dimenticato, soffocato. Oggi, quando qualcuno da una prua sgangherata nel Mediterraneo vede l’Italia, l’orizzonte non è più speranza, ma un confine militarizzato.

Il divario tra la memoria commossa del nostro passato e la spietatezza del nostro presente si è fatto plastico proprio in questi giorni. Davanti alla crisi migratoria nell’enclave spagnola di Ceuta, la risposta della nostra classe dirigente ha ricalcato le peggiori pulsioni di chiusura. La premier Giorgia Meloni ha cavalcato l’evento liquidando l’immigrazione clandestina come una «minaccia reale alla sicurezza dell’Europa», arrivando a sospendere l’accordo di Schengen sui voli e i transiti con la Spagna per blindare i confini nazionali. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando apertamente di una debolezza europea e di politiche progressiste spagnole colpevoli di fare da “pull factor”.

Ai posizionamenti istituzionali di Meloni e Tajani si affianca una retorica ancora più esplicita e spietata, che trova in figure come Roberto Vannacci il proprio megafono. Commentando proprio i fatti di Ceuta e la gestione dei confini, l’eurodeputato ha esultato per lo sdoganamento del «concetto di remigrazione», proponendo parallelamente di «bloccare gli ingressi con barriere fisiche» lungo le frontiere terrestri. C’è un cinismo tagliente in questa narrazione che liquida chi scappa come parte di una «immigrazione di disperati della terra senza competenze». Se si applicasse questa stessa lente al 1956, i 136 italiani morti a Marcinelle sarebbero stati respinti ai confini o catalogati come scarti economici. Quei minatori non erano “talenti” selezionati; erano contadini meridionali e veneti, spinti dalla miseria profonda, stipati nei treni verso il carbone belga. Ieri i “disperati della terra” eravamo noi.

Il paradosso è accecante. Ieri i belgi vedevano i nostri minatori come corpi alieni, disperati e potenzialmente pericolosi da stipare in baracche insalubri prima di mandarli a morire sottoterra. Oggi, i nostri leader liquidano decine di migliaia di persone che scappano da guerre e carestie alla stregua di una calamità securitaria da arginare ripristinando barriere doganali. 

La verità che cerchiamo di nascondere dietro i comunicati politici è che le discriminazioni non sono scomparse; hanno solo cambiato lingua, passaporto e forma. Non si tratta solo di ostilità verbale. In Italia, la violenza a sfondo etnico e razziale è una realtà strutturale e quotidiana, certificata dai dati. Secondo gli ultimi monitoraggi ufficiali sui crimini d’odio (comunicati all’Odihr), su circa 900 reati di matrice discriminatoria registrati su base annua, ben 543 hanno un movente esplicitamente razzista ed etnico. Oltre la metà degli atti d’odio perpetrati nel nostro Paese colpisce una persona per la sua origine, la sua nazionalità o il colore della sua pelle.

Tolleriamo in silenzio che migliaia di braccianti stranieri vivano nei ghetti del nostro Sud, sfruttati dal caporalato, esposti a violenze fisiche e private della dignità minima. Assistiamo ad annunci immobiliari che specificano “si affitta solo a italiani”, o a datori di lavoro che negano un contratto a parità di competenze solo per un cognome straniero sul curriculum. C’è una violenza strisciante, fatta di sguardi di sospetto sui mezzi pubblici, di controlli mirati e di ostacoli burocratici infiniti anche per chi è nato e cresciuto qui, che ricalca perfettamente il disprezzo che i nostri nonni hanno dovuto subire per decenni all’estero. 

Il vero disastro, oggi, sarebbe continuare a ignorare questa eredità. Non possiamo permetterci il lusso del rinvio o dell’indifferenza. Rileggere la nostra storia, la nostra letteratura e guardare con la spietata lucidità dei dati la cronaca di questi giorni non deve essere un mero esercizio di nostalgia, ma lo strumento fondamentale per educare all’altro, per ritrovare quell’empatia collettiva che sembra essersi smarrita nella propaganda politica e nella militarizzazione dei confini.

Ieri eravamo noi a cercare la luce in fondo a una miniera straniera, aggrappati alla speranza di un riscatto sociale. Oggi siamo noi a possedere le chiavi di quella porta. Ricordare Marcinelle, settant’anni dopo, significa capire che accogliere e integrare non è una magnanima concessione, ma un dovere morale e storico verso noi stessi. 

L'autrice / autore

Ciao! Sono Ginevra Malavolta, e quando non sono persa in un libro mi piace esplorare nuovi posti, alla ricerca di nuove meraviglie… come le chiese, o le mostre, o i festival…