di Isaia Pandolfini
Sfrecciano in bici o in motorino per le strade della tua città per portare a qualcuno il pranzo o la cena, direttamente a casa sua, ma ricevono una paga da fame: ecco le condizioni in cui lavorano i rider.
Probabilmente almeno una volta tutti noi ci siamo ritrovati in una situazione, che fossimo da soli o tra amici, in cui abbiamo voluto chiamare un rider, perché in casa non c’era niente da mangiare e nessuno aveva voglia di uscire a fare la spesa. Non resta che prendere in mano il proprio telefono e cercare un app di food delivery. Che sia Glovo, Deliveroo, Just Eat o Uber Eats, non importa; basta che costi poco e che ci porti il prima possibile il pasto che tanto desideriamo. Dopo meno di un’ora dall’ordine, suonerà il campanello e ci aprirà un ragazzo, quasi mai una ragazza, forse anche fradicio se fuori sta piovendo, con la nostra pietanza in mano. I più gentili lasceranno una mancia, ma la maggior parte probabilmente si limiterà a ringraziare il fattorino e gli chiuderà la porta in faccia. Se gli acquirenti si informassero di più sulle condizioni in cui lavorano questi angeli del cibo, probabilmente ci penserebbero due volte prima di salutarlo senza neanche un piccolo compenso.
Grazie all’intervista con un ex-rider, che è voluto rimanere anonimo, andiamo ad analizzare la situazione di questi lavoratori.

Tanto sforzo e pochi soldi
Gli orari di lavoro variano dalle 09:00 di mattina alle 03:00 di sera, non vengono pagati ad ora ma per il numero delle consegne (le quali vengono retribuite con circa 3€ per ogni consegna), e non hanno nessuna assicurazione da parte dell’azienda. Queste condizioni sono inaccettabili, anche secondo la nostra Costituzione, in quanto non garantiscono una “esistenza libera e dignitosa” (Art. 36).
Negli ultimi giorni sono partite diverse indagini da parte della Procura di Milano sull’azienda spagnola “Glovo”, e sul suo fondatore, Oscar Pierre Miquel, accusato di aver usato “manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno” delle persone che generalmente vengono messe sotto contratto dalla sua azienda. Verrebbe da chiedersi come mai sia partita solo ora l’inchiesta, nonostante questo fenomeno esista in Italia dal 2015. “Finalmente si smuove qualcosa” afferma l’ex-rider.
Questi lavoratori spesso sono immigrati di prima generazione che cercano di racimolare qualche soldo per sopravvivere; la maggior parte di loro ha un’età compresa tra i 20 e i 35 anni. In altri casi sono studenti universitari, che provano a guadagnare qualcosa. ll motivo per il quale scelgono questo lavoro poco gratificante è chiaro: delle volte non ci sono alternative. Risulta facile entrare in questo mondo. Bastano due gambe, una bici o un motorino e il gioco è fatto.
La rabbia e lo stress causati da questo lavoro, come testimonia l’intervistato, portano i rider a entrare in competizione tra di loro, instaurando una sorta di conflitto tra italiani e immigrati per fare a gara a chi prende più consegne. Per quest’ultima categoria è facile entrare in questo mondo, dato che non sono richieste particolari conoscenze linguistiche o titoli di studio.
A causa di rare mance ed esigue chiacchierate con i clienti, per l’intervistato: “le poche soddisfazioni erano date dai tramonti”.
Caporalato normalizzato
Secondo la Procura di Milano, alcuni rider guadagnano fino al 77% in meno rispetto alla soglia di povertà, con stipendi da 230€ al mese nonostante turni di 8 ore, praticamente quanto un raccoglitore di pomodori in Puglia soggetto al caporalato.
Basta guardare i dati per vedere la tragica situazione lavorativa per i giovani in Italia: nel 1983 l’11,8% dei giovani lavoratori tra i 15 e i 24 anni era assunto con un contratto a tempo determinato, nel 2023, questa quota è salita al 57,3% (dati Ocse); nel 2022, la retribuzione lorda media annua dei giovani dipendenti del settore privato (15-34 anni) si è fermata a 15.616 euro, rispetto ai 22.839 euro complessivamente rilevati nel settore; il 46% dei giovani occupati cerca un nuovo lavoro; un giovane su quattro non è economicamente autosufficiente e deve contare su aiuti esterni, si parla di una su tre per quanto riguarda le lavoratrici (dati Agenzia Italiana per la Gioventù).
Poche soluzioni
Negli ultimi anni vi sono stati degli interventi da parte dei sindacati per cercare di rendere la vita dei rider un po’ più dignitosa, ma restano comunque risoluzioni inefficaci. L’intesa tra CISL e Just Eat ha portato alla pianificazione settimanale dei turni che verranno comunicati al rider entro la mezzanotte di venerdì, con diritto a un sabato libero al mese. Un traguardo importante, ma ancora insufficiente.
Come riporta CGIL Milano in un articolo, non bastano gli interventi dei sindacati e dei magistrati, bensì “è necessario un intervento legislativo” sulla questione.
Cosa fare
In materia di diritti non possiamo far altro che sperare che i sindacati si smuovano e che cerchino di portare in alto la voce di questa fascia più debole di lavoratori. Dobbiamo sostenere i rider nella loro lotta per i diritti. Come azione diretta, il minimo che possiamo fare è lasciare una mancia considerevole a coloro che svolgono il servizio, come forma di ringraziamento verso il loro lavoro, perché dietro ogni lavoratore c’è la fatica e la dignità.
L'autrice / autore
Sono all’ultimo anno dell’Agrario, sono appassionato di attualità e di antropologia da diversi anni e sono politicamente attivo. Mi sono avvicinato al mondo del giornalismo perché ritengo che alcuni argomenti non vengono trattati sufficientemente e nel mio piccolo cerco di informare più persone possibili su quelle tematiche che vengono messe da parte del giornalismo mainstream


