Chi sono i curdi? Combattono per il femminismo e per esistere

Storia di un popolo molto speciale tornato sulle prime pagine per la guerra in Iran

di Isaia Pandolfini

Netanyahu su X li incita a rovesciare il regime iraniano, sono il popolo più numeroso del mondo senza un proprio Stato, fanno del femminismo e dell’”ecosocialismo” i loro cavalli di battaglia: chi sono i curdi?

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condiviso su X (ex Twitter) un messaggio ben chiaro: vuole che i cittadini dell’Iran, e specifica: “persiani, curdi, azeri, ahwazi (gli arabi della persia) e baluchi”, ribaltino il regime per assicurarsi un futuro migliore. Mettendo da parte le opinioni sul messaggio di “Bibi”, è ben chiaro che l’Iran si presenti come un mosaico di etnie diverse, ma, fra queste, se si parla di diritti per le donne, vanno sicuramente messi in evidenza i curdi, perché tra i pilastri del loro movimento rivoluzionario e di autodeterminazione c’è proprio il femminismo.

Chi sono i curdi?

Circa 40 milioni di persone nel mondo si riconoscono sotto la denominazione di curdo/a, eppure questo popolo non ha mai avuto un proprio Stato. Sono un gruppo etnico iranico che dimora prevalentemente sull’altopiano del Kurdistan, in Medio Oriente, parla in gran parte curdo, termine con cui ci si riferisce a un continuum di varietà linguistiche, ed è in maggioranza musulmano. Gli venne promesso un proprio Paese nel 1920, con il trattato di Sèvres, ma il tutto venne poi cancellato con il successivo trattato di Losanna, del 1923, dove venivano fissati i moderni confini della Turchia.

La Sottomissione

A poche centinaia di chilometri dai palestinesi, vi è un altro popolo sottomesso a casa sua: possono venire tranquillamente bombardati dal governo che li controlla senza che vi siano conseguenze internazionali, ad esempio tra il 1986 e il 1989, nella regione del Kurdistan iracheno, avvenne il genocidio dell’Anfal a discapito del popolo curdo, per una campagna di “arabizzazione” della zona da parte del regime di Saddam Hussein, uccidendo così circa 182 mila curdi; spesso usati come alleati di guerra in chiave anti-ISIS dall’esercito americano, o con sostegni israeliani per contrastare le forze iraniane o arabe, guardasi l’attuale situazione in Siria e Iran, vengono successivamente abbandonati non appena gli interessi geopolitici cambiano. Non a caso anche in questo momento sono titubanti nell’ascoltare le parole di USA e Israele sull’agire nell’attuale conflitto; in Iran e Turchia è illegale insegnare il curdo nelle scuole, limitandola così ad una lingua folkloristica e casalinga; in più sono divisi in cinque stati diversi (Siria, Turchia, Iraq, Iran e in minor parte Armenia), complicando ancor di più la situazione, classico caso di dividi et impera.

È proprio nelle situazioni complesse che servono nuove idee che portino ad un cambiamento radicale.

Gineologia, femminismo curdo

Il livello di libertà e di uguaglianza della donna determina la libertà e l’uguaglianza in tutte le aree della società.” 

scrive Abdullah Öcalan nel suo libro “Liberare la vita. La rivoluzione delle donne” pubblicato nel 2013. Öcalan è un politico curdo con cittadinanza turca, fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il cui fine è quello di ottenere autonomia politica e culturale per i curdi in Medio Oriente. Tra i concetti portanti del partito vi è la gineologia (jineolojî in curdo, ovvero “scienza delle donne”), il cosiddetto femminismo curdo.  Per il leader curdo, una società non può essere libera se le donne non sono libere, senza catene familiari o culturali. La Gineologia non è solo “femminismo” nel senso occidentale, ma una proposta di riorganizzazione della società basata sulla libertà della donna come prerequisito per la libertà di tutti. Questa idea nasce per ribaltare un contesto tribale e tradizionalista, nel quale le donne vengono private di quasi ogni tipo di libertà, tagliando così i diritti a metà della società, in favore del dominio maschile: in molte zone del mondo i delitti d’onore, gli stupri e le violenze domestiche sono all’ordine del giorno per gran parte delle famiglie. Sia chiaro, tali soprusi avvengono su entrambi i sessi e vanno sempre condannati, ma le statistiche non possono essere ignorate, ed è chiaro che vi sia un forte sbilanciamento che fa pendere la bilancia dal lato femminile. 

In un’area colpita da decenni da numerosi conflitti, Öcalan non vedeva altra strada se non quella di una società veramente egualitaria, nella quale non vi fossero distinzioni tra maschi e femmine. Forse proprio vedendo il modo in cui il nemico giurato trattava la donna nella sua società, ovvero lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), il fondatore dell’ideologia, ha capito che era necessaria un’altra via.

Nella pratica, nel Rojava (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est),  ovvero l’unica zona di mondo nel quale i curdi hanno un governo parzialmente autonomo, vi sono stati cambiamenti rivoluzionari sia in campo militare che politico: la milizia curda che combatte nel Rojava è composta al 40% da donne, mentre in politica, i consigli politici locali sono composti da almeno il 40% di ciascun sesso. Attualmente il 52% della forza lavoro nelle istituzioni amministrative nel Rojava è composto da donne. Inoltre sono stati ufficialmente aboliti i matrimoni infantili, i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili; è stata garantita la piena uguaglianza tra uomini e donne in materia di eredità, istruzione e diritto al divorzio; sono state istituite strutture a livello locale (Case delle Donne, Mala Jin) per gestire dispute familiari, casi di violenza domestica e fornire supporto legale e psicologico, sottraendo questi temi alla giustizia patriarcale o tribale.

I curdi e le curde, con queste misure, vogliono dimostrare a tutto il mondo che la parità di genere non è un aspetto di poco conto all’interno della società, ma è un parametro fondamentale, e soprattutto raggiungibile, se si vuole avere una emancipazione totale degli individui all’interno di una società.

L'autrice / autore

Sono all’ultimo anno dell’Agrario, sono appassionato di attualità e di antropologia da diversi anni e sono politicamente attivo. Mi sono avvicinato al mondo del giornalismo perché ritengo che alcuni argomenti non vengono trattati sufficientemente e nel mio piccolo cerco di informare più persone possibili su quelle tematiche che vengono messe da parte del giornalismo mainstream