Insulti e minacce al neo-partito di musulmani: paura o ignoranza?

Reazioni violente contro il debutto dell’Associazione MuRo27: proviamo a capire come nascono i pregiudizi che impediscono un confronto pacifico con i musulmani che vivono nel nostro Paese (con uno sguardo a New York che ha eletto il primo sindaco musulmano)

di Isaia Pandolfini

Nella Capitale è appena nata una nuova Associazione politica, il MuRo 27 (Musulmani per Roma 2027), che dichiara di voler “promuovere e stimolare idee e proposte politiche di utilità collettiva coerenti con l’appartenenza religiosa dei propri membri”, ovvero ispirate ai valori dell’Islam. Il loro profilo ufficiale Instagram è stato subito preso di mira da cittadini contrari alla possibile fondazione di un partito ispirato ai valori islamici con slogan come “L’Italia agli italiani!” oppure “Tornatevene da dove siete venuti!”. Dice il portavoce Francesco Tieri, cinquantenne napoletano, esperto di telecomunicazioni: “Ma noi non puntiamo al voto dei musulmani, che in ogni caso non sono voti schierati. I musulmani si candidano dove vogliono, con chi vogliono e votano dove vogliono”. Come dire che il neo sindaco di New York Mamdani è stato eletto per la sua fede musulmana e non per le sue proposte amministrative.
Questa valanga di insulti ha portato addirittura gli admin della pagina Instagram a silenziare la sezione commenti del proprio profilo. Ma perché questo gruppo è stato ricoperto di minacce? Qual è il rapporto degli italiani con questa religione?

I PREGIUDIZI SULL’ISLAM

I pregiudizi nei confronti dei musulmani sono profondamente radicati nella nostra cultura italiana, anche a causa dei tremendi attentati di matrice islamista avvenuti nei primi anni 2000 nell’Unione Europea e negli Stati Uniti. Tra i luoghi comuni più diffusi troviamo l’idea della “donna senza diritti”, dei matrimoni forzati o la convinzione che il Corano inciti alla violenza verso gli “infedeli”. Ma questi pregiudizi sono fondati, oppure si tratta di una profonda incomprensione tra le parti?

Un punto fondamentale da considerare è la distanza culturale, soprattutto quando si parla di diritti delle donne. È vero che in alcuni Paesi che affermano di applicare la Legge Islamica (in arabo الشريعة, Sharīʿa) la donna è privata di diritti che dovrebbero essere universali, come la libertà di movimento o l’accesso all’istruzione. Tuttavia, il fatto che la Sharīʿa venga applicata in modo improprio o strumentale in determinati contesti non significa che tutti gli 1,2 miliardi di musulmani nel mondo condividano o pratichino tali norme

Un’altra incomprensione culturale è dettata dall’uso del velo dalle donne islamiche (ﺣﺠﺎب‎, ḥijāb), le quali vengono dipinte come sottomesse dai propri mariti e costrette a portare tale indumento. Viene però tralasciato un punto cruciale dell’argomento, ovvero il significato che possiede il velo per le donne musulmane. L’ḥijāb è infatti un simbolo di valorizzazione per le donne, che scelgono di venire valutate per la loro parte interiore (quindi il comportamento, la conoscenza ecc.), piuttosto che per la loro parte esteriore (il fisico). Quindi rappresenta una totale desessualizzazione del corpo femminile. Inoltre, secondo il Corano, non dovrebbero essere solo le donne ad indossare un indumento che le copra le parti più vistose, ma bensì anche gli uomini sono tenuti a rispettare tale norma di modestia, secondo la Sūra (capitolo) 24, nei versi 30, 31. 

VICINI MA DISTANTI

La rivalità del Vecchio Continente verso la religione della Mezzaluna ha radici profondissime. Persino nella Divina Commedia troviamo Maometto (مُحَمَّدُ, Muḥammad), il Profeta dell’Islam, collocato all’Inferno, nel Canto XXVIII, nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, tra i seminatori di discordia. Questo astio storico deriva sia dalla vicinanza geografica tra mondo cristiano e mondo musulmano sia dal fatto che le due religioni, pur avendo origini comuni, si collocano su posizioni teologicamente molto diverse. Per esempio, per la maggior parte dei cristiani Dio è uno e trino (Padre, Figlio e Spirito Santo), mentre per i musulmani l’unicità divina è un principio assoluto: alcuni arrivano persino a considerare politeista la visione cristiana di Dio. Questa somma di differenze ha portato inevitabilmente astio da ambo i lati, ma non per questo non potrebbero mai nascere comunità dove queste due grandi religioni abramitiche vivono in pace, come in alcune zone del Libano o in Albania.

Anche questa volta non sono mancate le critiche di alcuni importanti partiti del panorama politico italiano, tra cui la Lega. In particolare, l’eurodeputata Anna Maria Cisint ha definito MuRo 27 “una pericolosa deriva per la visione liberticida e anti-occidentale che porta avanti”. Secondo la parlamentare, un partito “islamista” come quello che MuRo 27 avrebbe come obiettivo “l’applicazione del Corano, la sostituzione della Costituzione con la Sharī’a” e, in ultima analisi, quello di “prendersi l’Italia e rubarci la democrazia”. Per questo motivo, Cisint propone di bandire e sciogliere immediatamente il gruppo.

In conclusione, la vicenda non riguarda solo la nascita di un nuovo gruppo politico, ma fotografa un clima che in Italia rimane sensibile quando si parla di Islam e rappresentanza. Le reazioni suscitate dal progetto MuRo 27 mostrano un Paese ancora diviso, in cui paure e convinzioni radicate continuano a orientare la discussione pubblica. Resta però aperta una domanda: sarà possibile vivere in un Paese dove questi sentimenti si attenuano, lasciando spazio a un confronto più tranquillo?

Intervista al portavoce dell’Associazione MuRo27

https://www.generazionenews.it/2025/12/01/intervista-al-portavoce-di-muro-27/

L'autrice / autore

Sono all’ultimo anno dell’Agrario, sono appassionato di attualità e di antropologia da diversi anni e sono politicamente attivo. Mi sono avvicinato al mondo del giornalismo perché ritengo che alcuni argomenti non vengono trattati sufficientemente e nel mio piccolo cerco di informare più persone possibili su quelle tematiche che vengono messe da parte del giornalismo mainstream