L’incredibile attualità del libro di Oriana Fallaci sull’aborto e sulla scelta della maternità
di Anastasia Ghezzi
Redazione dell’Europeo, 1975.
‹‹Signorina Fallaci, questa volta le commissiono un’inchiesta sull’aborto. Le lascio carta bianca, ha quattro mesi di tempo.››
La signorina Fallaci si presentò sei mesi più tardi con un libro: una lunga lettera autobiografica che realizza grazie a dei fogli pieni del dolore della sua esperienza, chiusi in un cassetto qualche anno prima.
Essere mamma non è un mestiere; non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti.
“Lettera ad un bambino mai nato” si presenta fin da subito come il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età che vive nel nostro tempo, sola, indipendente e lavora.
Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?
E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.
Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e inizia a porsi una serie di interrogativi: basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Piacerà nascere a lui?
Nel tentativo di avere una risposta la donna racconta al bambino la realtà che lo attende in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, l’amore una parola dal significato non chiaro.
Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, raccontarti un mondo di innocenze e gaiezze. Ma sarebbe come attirarti in un inganno. Sarebbe come indurti a credere che la vita è un tappeto morbido sul quale si può camminare scalzi e non una strada di sassi, bambino. Sassi contro cui si inciampa, si cade, ci si ferisce. Sassi contro cui bisogna proteggerci con scarpe di ferro. E neanche questo basta perché, mentre proteggi i piedi, c’è sempre qualcuno che raccoglie una pietra per tirartela in testa.
Il libro della Fallaci si inserisce in questo contesto non come un manifesto a favore dell’aborto, né tanto meno come una condanna, tutt’al più come un inno alla libertà e contro le costrizioni di qualunque tipo, mostrando le infinite capacità che ogni donna ha nell’affrontare la vita scelta da lei stessa. L’autrice esorta noi donne a decidere per noi stesse e per il nostro futuro, ad essere noi stesse senza paura e a credere nella propria forza. Soltanto grazie a noi stesse saremo in grado di “dare la caccia alla felicità” e di ottenerla, per gustare “il sale della propria vita”, che sia un figlio o qualunque altra cosa.
C’è del femminismo, che si discosta però dal concetto di maternità come schiavitù. C’è un amore materno, che forse è l’unico amore perfetto che possa mai esistere, che ti fa cercare il viso che ancora non hai mai visto in ogni immagine che possa aiutarti a figurartelo, che si fonda sull’attesa e sulla conoscenza.
È un libro immenso, che coltiva e sostiene il dubbio rispetto a ciò che tratta: la donna nella società, l’amore, la maternità, il rapporto tra la donna e il suo corpo (un rapporto su cui chiunque, la Chiesa, lo Stato, in primis, hanno voluto intervenire).
Devo portarti a fondo perché da grande tu sia qualcuno che non assomiglia né al prete, né alla mia amica e al suo dottor Munson, né ai poliziotti. Il primo ti considera proprietà di Dio, la seconda ti considera proprietà della madre, i terzi ti considerano proprietà dello Stato. Non appartieni né a Dio né allo Stato né a me.
Appartieni a te stesso e basta.
La Fallaci con la sua scrittura inequivocabile e ben assemblata entra a gamba tesa nel dibattito sull’aborto che ha infiammato l’Italia negli anni Settanta, senza suggerire soluzioni e disvelando, di conseguenza, la finitezza dei ragionamenti di quanti si dicono favorevoli o sfavorevoli all’interruzione volontaria di una gravidanza.
Oriana Fallaci pubblica il suo libro nel 1975. L’Italia attenderà fino al 22 maggio 1978 per la Legge 194, con la quale l’aborto diventa un diritto legale e regolamentato, limitandosi a stabilire in quali casi l’aborto non debba essere considerato un reato. Ad oggi quasi il 90% dei Paesi nel mondo consente l’aborto, al minimo quando la vita della donna è in pericolo. Un esiguo numero (24 paesi dove vive il 5% delle donne in età riproduttiva) principalmente dell’America centro meridionale e dell’Africa lo vieta in qualsiasi caso.
Il 4 marzo 2024 il Parlamento francese si è riunito a Versailles inserendo la libertà garantita di ricorrere all’aborto nell’articolo 34 della Costituzione, rendendo così la Francia il primo Paese al mondo a farlo.
Poteva essere un incoraggiamento per l’UE, ma sembra che l’Italia vada per la direzione contraria. Dopo quasi 50 anni di protezione giuridica e diritti costituzionali per le donne che vogliono interrompere la gravidanza, la legge 194 si muove di nuovo come un funambolo.
Tra le varie misure vi sono l’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori (legge del 2024), il divieto di somministrare la pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, il crescente numero di medici obiettori di coscienza e iniziative come mostrare alle madri il proprio figlio e farne ascoltare il battito cardiaco.
Non c’è nessuno che dichiara di farla precipitare: non si parla di abrogazione ma si gioca sulla sua applicazione. Nonostante il 73% delle persone sostiene il diritto all’aborto, l’accesso reale è un percorso a ostacoli.
Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace, non ti sentirai dire che il peccato nacque il giorno in cui cogliesti una mela. Faticherai molto meno. Potrai batterti più comodamente per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe essere anche una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Potrai disubbidire senza venir deriso, amare senza svegliarti una notte con la sensazione di precipitare in un pozzo, difenderti senza finire insultato. Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita è facile, sai. Poiché avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesi, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza. Poiché avrai una coda davanti, ti ordineranno di uccidere o essere ucciso alla guerra ed esigeranno la tua complicità per tramandare la tirannia che instaurarono nelle caverne. Eppure, o proprio per questo, essere un uomo sarà un’avventura altrettanto meravigliosa: un’impresa che non ti deluderà mai. Almeno lo spero perché, se nascerai uomo, spero che sarai un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce coi prepotenti, generoso con chi ti vuol bene, spietato con chi ti comanda. Infine, nemico di chiunque racconti che i Gesù sono figli del Padre e dello Spirito Santo:
non della donna che li partorì.
L'autrice / autore
Non ho talenti speciali, sono solo “appassionatamente curiosa”, direbbe Einstein se fosse al mio posto.
Tra le colline della maremma grossetana, ho sempre trovato un rifugio nei libri. Le emozioni degli autori attraversano le loro penne, mi sento più vicina a loro ed è così che ho imparato a conoscere veramente il mondo.


