OLYMPE DE GOUGES-VOCE DELLE DONNE FRANCESI

Donna di cui purtroppo si parla ancora troppo poco, Olympe de Gouges è stata la voce femminile che più si è fatta sentire durante la Rivoluzione francese, grazie anche al trattato “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”.

Ma chi è stata questa grandissima donna che si è battuta per tutte noi? Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze, nacque a Montauban il 7 maggio del 1748, ed è stata una drammaturga e attivista francese durante la Rivoluzione francese, grazie ai suoi scritti femministi di grande importanza. I suoi genitori erano Anne-Olympe e Pierre Gouze, macellaio, anche se suo padre biologico è probabile fosse l’autore teatrale Jean-Jacques Lefranc, marchese di Pompignan. La sua educazione fu scarsa, ma almeno imparò a leggere e a scrivere, anche se tutte le sue opere risentirono del dialetto dell’Occitania, lingua che si parlava nel sud della Francia, dove il francese era considerata una lingua secondaria. Il 24 ottobre 1765, a soli 16 anni, si sposò contro la sua volontà con l’Ufficiale dell’Intendenza e ristoratore Louis-Yves Aubry, dal quale ebbe presto un figlio. Ben presto, però, restò vedova e, delusa da questa esperienza, in futuro rifiuterà di risposarsi dal momento che considererà il matrimonio come “la tomba della fiducia e dell’amore”. D’ora in poi si farà chiamare col nome di “Marie-Olympe”, o più semplicemente di “Olympe”, in onore di sua madre, e in seguito aggiungerà anche la particella “de” al suo patronimico, per nobilitare il cognome. Verso il 1770 lascia Montauban col figlio Pierre, per raggiungere la sorella sposata con un medico a Parigi, dove sognava di dare al figlio un’educazione adeguata, al contrario di quella a lei impartita. Olympe si adattò bene alla sua nuova vita, iniziando a frequentare i salotti artistici e filosofici di Parigi, dove svolgeva dibattiti con molti scrittori della Francia dell’epoca, tra cui La Harpe, Rivarol e Sébastien Chamfort, così come dei futuri politici di spicco come Jacques Pierre Brissot e Nicolas de Condorcet. È proprio in questo periodo che inizia la sua carriera di scrittrice, pubblicando il suo primo romanzo nel 1784, nel mentre iniziava pure a fare drammaturgia. Sebbene la sua formazione non fosse delle migliori, Olympe riuscì ad adattarsi al raffinato stile di vita parigino, scrivendo più di quattromila pagine tra pamphlet, lettere e opere di teatro e testi politici, filosofici e utopici, riuscendo a emergere nel mondo letterario come “autore” (e non “autrice”, dal momento che al tempo era un termine inesistente e impensabile) e aggirando la censura, poiché fu proprio in questi anni che iniziò a portare avanti la sua lotta anche per garantire i diritti dei bambini, di assistenza e tutela alle donne incinte, delle classi sociali meno abbienti, dei disabili, degli anziani e perfino degli afroamericani ridotti in schiavitù oltreoceano. Dal 1778 iniziò a scrivere commedie e si appassionò sempre di più al teatro, formando una sua compagnia. La marchesa di Montesson, protettrice e amante del teatro, la convocò al Teatro francese per una lettura e, dopo ciò, Olympe si propose come autrice alla Comédie Française. Le donne riconosciute dalle istituzioni culturali, come la Comédie, erano una stretta minoranza (dal 1680 alla rivoluzione solo 77 pièces su 2627 opere scritte da donne furono messe in scena). Nel 1785 scrisse una commedia che la rese celebre ai suoi tempi, ovvero Zamore e Mirza, una pièce che puntava l’attenzione sulla sorte dei neri schiavi nelle colonie e la cui messa in scena fu approvata con qualche esitazione, dal momento che la Comédie Française dipendeva economicamente dalla camera del re. L’opera, però, le procurò l’inimicizia delle famiglie che dovevano la loro ricchezza ai traffici con le colonie e le attirò minacce di morte. Nel settembre dello stesso anno si lamentò del trattamento ricevuto dai commedianti e, per questo, ricevette una lettre de cachet che ordinava il suo imprigionamento alla Bastiglia, ma grazie a numerosi interventi a suo favore, rimase libera. Dopo la convocazione degli Stati Generali del 1° maggio 1789, fu presente alle sedute dall’Assemblea nazionale, come altre donne. Sin dall’inizio della Rivoluzione, Olympe fece la sua parte, richiedendo alloggi per anziani, vedove con figli e orfani. Questa grandissima donna si è battuta per tutto quello che lei in primis aveva sofferto: non aveva potuto ricevere un’istruzione, quindi la pretendeva per tutti, aveva un figlio, per questo si preoccupava per le altre madri, si era dovuta sposare a forza con un uomo che non amava, perciò reclamava il divorzio. Per via della sua posizione moderata, Olympe aveva contro di sé tanto le élite quanto i radicali. Fra i vari aspetti all’inizio presi in carico dalla Rivoluzione vi era anche quello della partecipazione delle donne alla vita pubblica, ma alla fine non vennero considerate capaci. Proprio per questa delusione, Olympe scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, rivolgendosi soprattutto a Maria Antonietta, ricalcando la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. In questo testo, affermava l’uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, il fatto che nessuno dei due dovesse prevalere sull’altro, e si dibatté molto affinché venissero ridati alla donna quei diritti naturali che il pregiudizio le aveva tolto. Nel 1793, interpellò Robespierre in molti trattati, sospettando che aspiri alla dittatura, ma ciò le costò la denuncia da parte del club dei Giacobini. Dopo la messa in stato di accusa del partito dei Girondini alla Convenzione, il 2 giugno 1793 indirizzò una lettera piena di energia e di coraggio, poiché indignata da una misura presa contro i principi democratici. Il 6 agosto dello stesso anno fu arrestata a causa delle posizioni da lei prese. Sebbene in molti le suggerissero l’evasione, lei preferì seguire le vie legali contrastando le pesanti accuse che le erano state rivolte, reclamando pubblicamente il processo con due manifesti che fece uscire clandestinamente di prigione. Fu chiamata in tribunale il 2 novembre e venne condannata a morte sulla ghigliottina, sorte che lei affrontò con grande coraggio e dignità, rivendicando il fatto che “Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche”. Fino al Novecento questa donna, che si è dedicata tantissimo al tema dei diritti e della libertà individuale, sarà ricordata con un’accezione negativa, ma dalla fine della Seconda guerra mondiale ella sarà studiata e discussa, fino ad essere ricordata come una delle figure umaniste più belle del Settecento, grazie alla sua originalità, indipendenza di spirito e ai suoi scritti coraggiosi, dove non ebbe paura ad affermarsi a favore della democrazia rappresentativa, respingendo il dispotismo e le torture. La sua spiccata vena pubblicistica e comunicativa era congeniale al tempo della Rivoluzione, e carica di novità, e per questo è giusto ricordarla ancora oggi per il grosso contributo che ha dato alla società.

L'autrice / autore

Sono una grande amante della musica (come penso si possa notare) e dell’arte in generale: amo tutte le manifestazioni del proprio mondo interiore e dei propri pensieri, e credo che l’arte in questo aiuti tanto perchè non dà limiti e non fa distinzioni