“Appena ho sentito la scossa sono corsa al piano terra e ho iniziato a pregare Dio affinché si fermasse”. Per chi ha vissuto il terremoto che ha colpito il Venezuela il 24 giugno, quei momenti sono sembrati “infiniti“. A raccontarlo è Giovanna, ventenne venezuelana, che tiene subito a precisare come “nel luogo in cui mi trovavo non è stato così grave” ma nonostante ciò “la preoccupazione era tanta perché a Caracas ho amici che continuano a sentire, ancora oggi, le scosse di assestamento e hanno la sensazione che la terra tremi ancora”. Per questo, racconta, “la prima persona che ho chiamato è stata la mia migliore amica di Caracas, volevo sapere se stava bene e se avesse bisogno di aiuto”.
Fortunatamente “lei e la sua famiglia sono in ottime condizioni, ma i loro appartamenti hanno subito gravi danni. Moltissime persone hanno perso la vita, le loro case e le loro famiglie. Le autorità locali e nazionali non hanno fornito informazioni tempestive e chiare”.
Tra i giovani venezuelani, spiega Giovanna, prevale “l’incertezza riguardo al prossimo passo”.“Ci sentiamo tutti smarriti, sia chi è stato colpito direttamente sia chi non lo è stato”. E tra le paure più grandi c’è quella per il futuro. “È molto difficile immaginare come usciremo da questa situazione, come torneremo alle nostre routine o come dovremo ricostruire la nostra vita in società. Come potranno le persone, soprattutto i giovani come noi, continuare a credere nel Venezuela e a progettare un futuro qui, quando in un giorno qualunque può accadere qualcosa che distrugge tutto?”
Sebbene adesso sia difficile anche solo pensare al ritorno alla normalità, Giovanna rifiuta di arrendersi. “Negli ultimi anni il popolo venezuelano ha dimostrato di trovare sempre il modo di superare le avversità, e questa volta non sarà un’eccezione. Tuttavia,” è consapevole che “in questa occasione ci vorrà più tempo e servirà molto più del solo sostegno economico; abbiamo bisogno di un’evoluzione sociale. Molti di noi devono cambiare mentalità e modo di agire se vogliamo davvero unirci per ricostruire il Paese”.
La giovane denuncia anche “l’assoluta mancanza di preparazione di fronte a un disastro naturale. In Venezuela quasi mai ci viene insegnato a scuola o nella vita quotidiana come comportarci durante un terremoto. Questo ha fatto sì che l’impatto fosse devastante, non solo per la mancanza di sistemi di allarme nazionali e di infrastrutture adeguate, ma anche perché la popolazione semplicemente non sapeva come reagire a un sisma, tanto meno di un simile magnitudo”. Ed è convinta che “la vera ricostruzione non inizierà dall’alto verso il basso, ma tra di noi cittadini. Tocca a noi ricucire il tessuto sociale e sostituire la sfiducia con l’empatia, se vogliamo davvero ricostruire ciò che è crollato”.
Un compito ancora più difficile se si considera il contesto in cui il terremoto si è abbattuto. “Il sisma non è avvenuto in un Paese con istituzioni solide né con cittadini preparati; ci ha colpiti in un momento in cui la gente era già al limite delle proprie forze, perché il popolo venezuelano ha vissuto così tanto in così poco tempo che l’ultima cosa di cui avevamo bisogno era un disastro naturale”
C’è però un aspetto che secondo la ragazza va sottolineato e che la comunità internazionale continua a sottovalutare. “Bisogna smetterla di valutare la situazione del Venezuela con gli stessi parametri di un Paese normale. È molto facile giudicare l’apatia o il silenzio dall’esterno, senza comprendere il peso di un sistema progettato per mantenerci disinformati e con le spalle al muro. Il terremoto ha messo a nudo una realtà dolorosa: quando lo Stato non risponde, la censura e il pericolo si moltiplicano per le persone più vulnerabili. Non guardateci con pietà, ma con attenzione e rispetto. La solidarietà che vedete nelle nostre strade non è il segno che le cose vadano bene: è la prova che il cittadino comune ha dovuto assumere il ruolo di protettore di fronte al vuoto assoluto del potere”. Il Venezuela sta attraversando una fase di profonda instabilità politica e sociale, aggravata dagli eventi degli ultimi mesi. Il terremoto si è inserito in un contesto già segnato da anni di crisi. Il paese è infatti stato protagonista di grande cambiamento e disordine da quando Donald Trump ha condotto una serie di raid militari su Caracas e i tre stati di Miranda, Aragua e La Guaira culminati con l’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, lo scorso 3 gennaio. Anche se l’origine del disagio è molto più radicata, perché sebbene“non ci siamo arresi e non ci manca la volontà di lottare contro l’oppressione; il governo, nel corso di 26 anni, ci ha messi con le spalle al muro sotto ogni possibile aspetto. Eppure, contro ogni previsione, la maggior parte dei venezuelani non ha mai smesso di lottare per una vita migliore e per rialzare il Paese”.
D’altronde non c’è da sorprendersi se il Venezuela nella classifica dell’indice di libertà di stampa, stilata da “Reporters without borders”, si colloca al 159esimo posto su 180 paesi. E Giovanna fa presente che “la cosa più importante di cui abbiamo bisogno in questo momento è di organizzare le informazioni che circolano. In Venezuela stiamo vivendo un’ondata di disinformazione dovuta alla censura dei mezzi di comunicazione tradizionali. Dopo la tragedia, la gente si è riversata sui social network per mostrare al mondo ciò che sta accadendo, ma non tutto ciò che viene condiviso è reale. Con il passare dei giorni questo diventa pericoloso: non si conosce con certezza la situazione attuale e gli aiuti diventano più difficili perché non sappiamo quali sono gli elenchi aggiornati dei centri di raccolta, quali zone sono le più colpite o quali famiglie sono già state ritrovate”.
Effettivamente, secondo quanto riportato dal “Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa del Venezuela”, con un post su “X” del 29 giugno, il Ministero delle Comunicazioni ha sospeso per 48 ore l’accesso alla corrispondenza internazionale a La Guaira, uno dei luoghi più colpiti del terremoto. “Secondo quanto comunicato dall’ufficio, il provvedimento è stato adottato per “motivi sanitari e per ridurre il rumore durante le operazioni di soccorso”. Ma il sindacato ha sottolineato, stentando a credere a questa motivazione, che “impedire la realizzazione di reportage sul campo non risolve l’emergenza. Con il passare delle ore, la situazione sanitaria potrebbe peggiorare e il Paese ha bisogno di informazioni verificate e tempestive, soprattutto per le famiglie delle vittime”.

Al terremoto, alla disorganizzazione e alla crisi sociale si aggiunge poi un altro elemento: la criminalità. Sebbene i media non sembrano raccontarlo, Giovanna ha notato un “preoccupante aumento della criminalità nel mezzo del caos. In particolare il rapimento di bambini destinati alle reti di tratta e gli abusi contro le donne nelle piazze o nei centri di raccolta. Nonostante gli sforzi delle operazioni di sicurezza, è impossibile controllare tutto perché le autorità e i responsabili della vigilanza sono completamente sopraffatti”.
Eppure, nonostante il dolore, Giovanna guarda avanti. È convinta che un giorno riuscirà a ricordare questi eventi con uno sguardo diverso. “Ricorderò questo periodo con dolore per tutte le perdite e, probabilmente, con il dubbio di che cosa sarebbe successo se questa tragedia non fosse mai avvenuta. Ma credo che potrò anche raccontare con serenità di sapere di aver fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità per aiutare. Sarà, senza dubbio, un’ulteriore prova della resilienza del nostro popolo”.
L'autrice / autore
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