Crans-Montana: non potete chiedere lucidità a un adolescente nel panico

Questa riflessione è nata dopo una discussione nella classe dell’autrice, una quarta liceo scientifico (Leonardo Da Vinci a Firenze). La tragedia di Capodanno ha infatti colpito tutti noi che siamo coetanei dei ragazzi morti o feriti nel rogo del locale svizzero e sentivamo il bisogno di elaborare lo choc.

di Livia Leila Sarti

Quando accade una tragedia come quella di Crans-Montana, l’opinione pubblica cerca spesso un colpevole immediato per placare il senso di angoscia. È un meccanismo di difesa: convincersi che “loro” hanno sbagliato permette a chi guarda da fuori di sentirsi al sicuro. Tuttavia, puntare il dito contro i ragazzi o le loro famiglie significa ignorare una realtà scientifica e umana complessa, trasformando il dolore in un processo sommario che non aiuta nessuno a crescere.    

Colpiscono alcune reazioni sui social alle affermazioni di uno stimato psicologo, Giuseppe Lavenia, che da oltre vent’anni si occupa di minorenni: “Agli adolescenti non possiamo chiedere lucidità nel panico”. Ovvero: pretendere saggezza e lucidità da un adolescente in una situazione di crisi è un errore. La scienza parla chiaro, il cervello umano completa il suo sviluppo intorno ai 22 anni. La corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione razionale del rischio, è l’ultima a maturare.

In un contesto di emergenza, dunque, in noi prevale l’impulsività. Quando si è immersi nel fumo e nella confusione, non esiste la “scelta logica”; esiste solo la reazione emotiva. Chiedersi perché quei ragazzi non siano scappati subito, perchè alcuni di loro “addirittura filmavano”, come hanno scritto nei commenti contro le affermazioni del dott. Lavenia, è come chieder loro di rimanere lucidi quando non è solo il fumo a togliere il respiro, ma anche e soprattutto la paura.

Da adolescenti, viviamo spesso in una sorta di “illusione di invulnerabilità”: non è incoscienza, ma una fase della nostra crescita in cui il desiderio di socialità e appartenenza oscura la percezione del limite. Se un adulto organizza un evento, noi ci fidiamo. Partiamo dal presupposto che quel luogo sia sicuro perché qualcuno “più grande” ha garantito per noi.

È facile parlare a distanza di giorni, quando il caos si è già trasformato in notizia. È facile dire che qualcuno avrebbe potuto accorgersi della struttura poco sicura, delle scale troppo strette, della presenza di troppe persone. È facile sostenere che si sarebbe dovuto scappare appena percepito il pericolo, invece di continuare a cantare, come se in mezzo al panico la mente funzionasse in modo razionale e ordinato.

Ma la verità è che tutto questo è semplice solo dopo. È semplice ora, quando sappiamo già come è andata a finire, quando possiamo osservare dall’esterno e ragionare a freddo. In quel momento, però, c’erano fumo, urla, confusione, paura; e non solo, c’erano i gruppi di amici, l’entusiasmo, la percezione di un nuovo anno, di possedere ancora tutta la vita davanti.

Tutto ciò porta allo sviluppo di una bolla, che annulla completamente il senso critico.  Spostare la colpa sui ragazzi per non aver “capito” il pericolo, significa ribaltare i ruoli: la responsabilità della sicurezza deve ricadere su chi ha il dovere di prevedere il rischio e non su chi ha il diritto di vivere la propria giovinezza. Dovremmo concentrarci in particolare sui proprietari del locale “LelConstellation”, che ad oggi risultano essere i soggetti su cui ricade l’obbligo di garantire condizioni di sicurezza adeguate, nel rispetto delle normative vigenti e della tutela dell’incolumità pubblica. Avrebbero dovuto prevedere e prevenire situazioni di rischio, adottando misure idonee a gestire l’afflusso di persone e a evitare il verificarsi di eventi pericolosi. Attribuire la responsabilità ai ragazzi significa ignorare il ruolo centrale di chi organizza, gestisce e trae profitto da tali eventi, trasformando le vittime potenziali in colpevoli e distogliendo l’attenzione dalle reali mancanze strutturali e organizzative.

La critica che appesantisce la coscienza di noi ragazzi, è quella che serve a coprire le mancanze del sistema. Se le scale sono strette, se la capienza è superata, se le uscite sono bloccate, non è una questione di “scelte individuali”. È una violazione della comune visione generazionale: gli adulti dovrebbero costruire spazi sicuri in cui gli adolescenti possano sperimentare il mondo senza rischiare la vita.

In conclusione, ricordare i ragazzi di Crans-Montana non significa solo piangere la loro scomparsa, ma tentare di superare la narrazione che li vuole “colpevoli”. Siamo noi ragazzi che pretendiamo che il mondo adulto smetta di chiederci una maturità che stiamo ancora costruendo e inizi a prendersi la responsabilità di proteggere la nostra fragilità.

Solo smettendo di cercare colpevoli tra le vittime in potremo finalmente chiederci cosa stiamo facendo, come comunità, per far sì che il divertimento non si trasformi mai più in tragedia.

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L'autrice / autore

Ho la valigia sempre pronta e la testa piena di interrogativi. I viaggi mi aiutano a staccare la mente ma sono le domande a riaccenderla. Amo scrivere di politica, diritti e di quei temi che spesso sembrano lontani da chi mi sta intorno ma che io sento vicinissimi