Se questo è un mondo migliore

Ricordiamo il libro in cui Primo Levi ha raccontato la prigionia in un campo di concentramento: Se questo è un uomo. “Voi che siete sicuri, nelle vostre tiepide case…”

di Anastasia Ghezzi

Primo Levi, ventiquattrenne torinese, viene catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943. Deportato a Buna-Monowitz, uno dei campi di concentramento satellite di Auschwitz, è costretto ai lavori forzati per lunghi mesi sotto il freddo dell’inverno. Sul finire della prigionia ha il privilegio di lavorare in un laboratorio chimico, ed è qui che decide di scrivere la sua testimonianza, per avere l’opportunità di “scrivere quello che non saprebbe dire a nessuno”.

Nessun coinvolgimento emotivo. Levi non vuole apparire come una vittima lamentevole e irata, ma intende “con linguaggio obiettivo preparare il terreno al giudice”, cioè a tutti noi, colpendo così le corde più profonde del lettore.

Se questo è un uomo è la testimonianza di un uomo vittima di un processo di demolizione fisica e morale, privato, insieme a milioni di persone, delle dignità e delle identità, a partire dal viaggio in treno diventando merce di dozzina in viaggio verso il nulla, fino ad essere marchiati con un numero.

“Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare si che dietro al nome qualcosa ancora di noi, di noi che eravamo, rimanga. […] In un attimo la realtà ci si è rivelata. Siamo arrivati al fondo”.

Quando si legge il libro però, non molti fanno caso alla poesia “Shemà” (“Ascolta”) presente nell’introduzione. È un richiamo ai lettori, così che si possa leggere con la massima attenzione le condizioni disumane cui erano sottoposti gli uomini, ancora prima di aver letto l’intero romanzo. Lo scrittore fa un confronto tra la vita normale e la vita dei campi di concentramento. Nei campi di sterminio vi è sempre una lotta, anche per ricevere un tozzo di pane; si può morire per un sì o per un no. Levi obbliga il lettore a ricordare e a tramandare ciò che è accaduto alle generazioni future, in quanto non si può e non si deve dimenticare ciò che è accaduto durante lo sterminio nazista. 

Ma ciò succede davvero? Stiamo ricordando abbastanza? 

“Homo homini lupus” scrisse T. Hobbes, “l’uomo è un lupo per sé stesso”, ma credo che siamo arrivati al “homo homini diabolus” di Schopenhauer. Ogni giorno assistiamo a uccisioni, discriminazioni di ogni genere, sentiamo parlare di guerre, di costruire muri, di sganciare bombe. Tutto ciò per cosa? Qualunque sia il motivo, il risultato è un mondo che, dopo aver attraversato dei periodi così bui, non sta cercando di migliorare. Forse non ci stiamo sforzando più di ricordare, di tramandare. 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

L'autrice / autore

Non ho talenti speciali, sono solo “appassionatamente curiosa”, direbbe Einstein se fosse al mio posto.
Tra le colline della maremma grossetana, ho sempre trovato un rifugio nei libri. Le emozioni degli autori attraversano le loro penne, mi sento più vicina a loro ed è così che ho imparato a conoscere veramente il mondo.