Liliana Segre: storia di una donna che non si è mai rassegnata a mostrare la parte peggiore di sé, ma solo quella peggiore dell’Uomo.
di Caterina Cammarata
Lugano.
Salvetta di Viggiù.
Como.
San Vittore.
Le prime tappe di un viaggio infernale, di un viaggio fatto di freddo, fame, malattie e umanità decaduta.
Un viaggio di dolore, sofferenza, angoscia, solitudine e neve.
Tanta neve.
Neve che, col suo freddo candore, copriva tutto: l’amore, l’amicizia, la gioia, la desolazione, l’emarginazione, l’abbandono.
La vergogna.
La dignità.
Una neve infangata, non più pura.
Una neve insanguinata della linfa vitale di milioni di innocenti.
Una neve non più degna della sua purezza.
Neve che, con il suo falso candore, copriva i piedi scalzi come una coperta gelata; nascondeva tutto: i silenzi, le urla, la paura mista a vergogna.
L’identità personale, il passato, il futuro.
I piedi scalzi e magri che affondavano in quella fanghiglia indistinta, indistinta, proprio come si sentivano loro.
I prigionieri.
Non tremila anni fa.
Non di guerra.
Ma della loro nascita.
Ma della loro religione.
Ma delle loro idee.
Ma di sé stessi.
Ma oggi.
Nata il 10 settembre 1930, a 94 anni fa ancora sentire la sua voce.
Che non trema.
Che non vacilla.
Che è sicura.
Cresciuta in una famiglia laica, deportata a tredici anni nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau, sopravvissuta alla morte, ai demoni e a se stessa.
Alla fame, all’abbandono.
Alla più totale privazione dei diritti dell’Umanità.
E nonostante ciò, in un mondo che oggi sembra aver dimenticato, lei continua a lottare, in quel suo modo particolare, pacifico, quasi silenzioso, a tratti incompreso.
Una guerra per la pace.
Sopravvissuta alla fuga, al suicidio dello zio, alla separazione dall’amato padre.
Alla prematura fine di un’amicizia improbabile ma non per questo meno stupenda.
Fragile, delicata.
Com’è l’esistenza umana.
Troncata sul nascere.
Strappata.
Estirpata.
Come un’ erbaccia.
Come una stupida erbaccia.
Non più una guerra per la guerra.
Liberata dagli americani il primo maggio 1945 raggiungerà l’Italia, casa sua, solo nel 1946.
Un periodo di riadattamento alla normalità.
La normalità era la catarsi dell’uomo migliore e la catabasi dell’animale.
Una Quaresima.
Dov’è stata la sua Pasqua?
Il binario 21.
Una settimana.
Anche il settimo giorno.
Il lavoro rende liberi.
Arbeit match frei.
Cos’è la libertà?
Le è stato levato tutto.
Persino la sua famiglia.
Persino il suo nome.
Persino il suo essere donna: il ciclo mestruale era sparito. Neanche più quel sano dolore a ricordarle che, sepolta sotto i centimetri di neve e di fango, esisteva ancora la vecchia Liliana.
Più niente, solamente tanto dolore e silenzio.
Persino la sua casa.
Mentre pensava a queste cosa, però, si stupiva dell’abominevole crudeltà delle SS e dell’innata capacità dell’Uomo di riconoscersi in qualcosa.
Del suo bisogno di avere una casa.
E delle sua gioia nel vedere come ha posizionato bene tutte le travi che lo soffocheranno.
Lei non capiva, veramente non capiva, come alcuni di loro riuscissero a lodare Dio, in quel momento, in quel viaggio interminabile.
Vedevo solo il buio e l’emarginazione della nostra solitudine, sentivo il puzzo della nostra paura.
Dopo poco il secchio era già pieno.
E poi sentivo il silenzio.
Oggi non ci si presta quasi più attenzione, ma allora sì.
Quando si osserva la natura il silenzio galoppa.
E anche quando si osserva la morte, da vicino, troppo da vicino.
Eravamo partiti in 400.
Tornammo in 22.
“Considera se questo è un uomo…”.
Ci hanno rasato i capelli. Ci hanno tolto i nostri vestiti, i nostri gioielli, i nostri oggetti e tutto ciò c’è avrebbe potuto ricondurci al ricordo di persone che non sarebbero esistite più.
Ci guardavano le gambe come si fa con i cavalli e si riferivano a noi come a maiali giudaici.
Ci contavano come le bestie.
Io ero il 75190.
“Considera se questa è una donna…”.
“Un piede davanti all’altro, non puoi cadere; perché se cadi, la guardia ha l’ordine di spararti”.
Uno in più, uno in meno, non ce ne accorgiamo neanche più. Siamo tantissimi, è vero, ma non siamo niente, siamo cenere. Ma per le SS siamo una cosa sola: i prigionieri del lager.
Mentre io mi emarginavo sempre di più dal Mondo, Lui aveva continuato a girare, facendosi beffe di noi.
…
Così, Liliana torna a casa.
Cosa avrebbe fatto della sua vita?
Chi avrebbe trovato?
Dopo quattro mesi passati con i soldati, soldati buoni che avevano solo la terza elementare, Liliana ha quattordici anni e molte domande.
Dopo quattro mesi passati a mangiare, è ingrassata di dieci chili al mese.
Dopo quattro mesi di limbo, è diventata una ragazza scontrosa, scorbutica, difficile.
E i parenti, quegli stessi parenti che l’avevano pianta morta con il resto della famiglia, che erano stati distrutti dal dolore, adesso sono sorpresi.
Si aspettavano lo scheletro mite e pacifico, e sono delusi da questo.
“Era un animale ferito, era un animale selvaggio”.
Negli anni, Liliana Segre è riuscita a rifarsi una vita. Se l’è costruita da sola, mattone dopo mattone. Innamorata di Alfredo Bello Paci, di cui era rimasta colpita dall’incredibile somiglianza col defunto padre, Liliana ha avuto poi tre figli: Alberto, Luciana e Federica.
Tuttavia, fino agli anni Novanta la sua voce ha taciuto, timida e vergognosa.
Ma guerrieri si nasce, non si diventa.
Così, Liliana ha cominciato a parlare.
E parlare.
E parlare.
Stavamo fuggendo. Stavamo fuggendo in quella che sarebbe stata chiamata la Marcia della Morte. Stavamo scappando senza neanche sapere bene il perché. Sapevamo solamente che, se non fossimo morte, se fossimo sopravvissute, forse saremmo state libere.
Poi, d’improvviso, tutto è cambiato, il mondo si è rovesciato.
Lui si è spogliato per essere come noi, ma non lo era, non poteva esserlo.
Perché io ero una figlia di Auschwitz. Auschwitz mi aveva plasmata in quell’essere meschino e vendicativo che ero diventata: ormai andavo avanti solo grazie all’odio. A quei vani e lontani sogni in cui vedevo le SS morire e annegare nel loro stesso sangue.
E adesso lui era lì e aveva gettato la pistola. Era nudo e la sua vita era nelle mie mani.
Era nudo ed era quello che ci riempiva sempre di nerbate.
L’uomo raccolta.
Potevo lasciarlo andare, ci avrebbero pensato i russi a finirlo.
Lui non l’avrebbe fatto, ma io sì.
Io non ero come lui, io non ero un’assassina.
Ho gettato la pistola.
Ed è stato in quel momento, quando ho deciso di non uccidere quell’uomo, che sono diventata la donna di pace con la quale ho convissuto fino ad oggi.
Nel 1997 ha partecipato, come testimone, al docufilm Memoria sulle vittime della Shoah al festival del cinema di Berlino, nel 2004, con Giti Herkovits Bauer e Giuliana Fiorentino Tedesco, è stata intervistata da Daniela Padaon per il libro Come una rana d’inverno, conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani, Milano).
E poi ancora e ancora con Fino a quando la mia stella brillerà, con Daniela Palumbo, La memoria rende liberi, storia di una bambina sopravvissuta alla Shoah, con Enrico Mentana, Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria,
Non siate indifferenti, Il mare nero dell’indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, Scegliete sempre la vita. La mia storia raccontata ai ragazzi, Ho scelto la vita, a cura di Alessia Rastelli, La sola colpa di essere nati, con Gherardo Colombo, La stella polare della costituzione. Il discorso al Senato, a cura, di nuovo, di Daniela Padaon, e, infine, Uno strano destino, ancora a cura di Alessia Rastelli.
senatrice e asteroide.
Su di lei, sulla sua teoria e sulla storia che la vede una triste ordina sono stati realizzati quattro film: nel 1997, con la regia di Ruggero Gabbai, Memoria, nel 2008, con la regia di Felice Cappa, Binario 21, nel 2019, con la regia di Francesco Miccichè e Marco Spagnoli, Figli del destino, infine, nel 2024, con il ritorno di Ruggero Gabbai alla regia, Liliana.
Oltre a numerosa lauree Honoris causa, è stata anche insignita del titolo di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, il 29 novembre 2004, della Medaglia d’oro al merito della Croce Rossa Italiana, il 1 dicembre 2019, della Gran Croce al merito con placca dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca nell’agosto del 2020 e della Medaglia d‘oro della riconoscenza della provincia di Milano nel 2005.
Il 19 gennaio 2018, il giorno dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali fasciste, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, preso atto dell’articolo 59 della costituzione, secondo comma, ha nominato Liliana Segre senatrice a vita per aver illuminato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.
Già.
Adesso, seduta su quella sedia c’è lei.
Adesso, dalla parte di chi fa le leggi c’è lei.
Adesso, dalla parte di chi parla alla Nazione c’è lei.
E lei ha sempre fatto del bene per tutti, indistintamente, perché lei è una donna di pace.
In seguito alle sue dichiarazioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente, è stata più volte additata ed insultata, in un inquietante ripetersi di antichi gesti.
Ma lei non sta cercando di difendere nessuno indifendibile.
Lei sta semplicemente testimoniando, come sempre.
Anche se fa male.
Anche poi è guardata male.
Perché lei è una donna di pace.
Perché lei ha gettato la pistola, ormai.
Perché lei è una donna di pace.
Liliana Segre rimarrà per sempre con noi, anche dopo molto anni dalla liberazione, anche dopo la sua morte, anche dopo la nostra, di morte, perché c’è un asteroide, lassù nel cielo, poco più di un puntino informe e opaco, che, nel più grande silenzio, come tutte le più grandi storie, racconta la sua vita di coraggio. Collocato nella fascia principale di asteroidi fra Marte e Giove, è l’asteroide 75190. Un minuscolo, insignificante sassolini nel vuoto dell’universo, così come era piccolo il numero scritto sul braccio di una bambina insignificante nel vuoto della solitudine di un lager.
Forse la verità è proprio questa, forse Liliana è solo un sassolino, è solo un’erbaccia. Forse siamo tutti solo una stupida erbaccia o un piccolo sassolino che rotola, ma se tutti i sassi si unissero, chi potrebbe fermare la frana?
Chi potrebbe impedire a quei ciuffi d’erba di formare il loro giardino? Serve solo un cuore disposto a prendersi cura di loro.
Questo, perché Liliana è una donna di pace.
L'autrice / autore
Ho cominciato come giornalista molti anni fa nella carta stampata (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno) per poi avventurarmi nei nuovi meandri della comunicazione. Qualche anno fa ho incontrato gli studenti delle scuole superiori e mi sono appassionata all’idea di trasmettere le competenze giornalistiche ai ragazzi, che mai come in questo tempo ne hanno bisogno. Convincere loro non è difficile. Lo è di più con gli adulti. Devo far capire che imparare a fare (e farsi) le domande, a distinguere le cose vere da quelle false, a cercare le fonti, a spiegare e spiegarsi, a comunicare con ogni mezzo possibile, insomma a muoversi nel mondo complesso in cui ci troviamo, sono strumenti non solo utili per qualunque lavoro vogliano intraprendere, ma anche – la dico grossa – per salvarsi la vita. Mi hanno chiesto di fondare la testata giornalistica degli studenti toscani ed eccomi qua.

