“Io studio”: il futuro di Gaza passa dall’istruzione

Nonostante la distruzione sistematica di scuole e università, i giovani palestinesi vogliono restare nei loro territori per continuare gli studi

di Alessandra Belli

Si può decidere di restare nel proprio luogo di origine, anche se è in fondo al mondo e il futuro è tutto in salita. O si può decidere di tornare, per una scelta di vita attiva e creativa. Il fenomeno ha un nome, restanza, un neologismo che l’antropologo Vito Teti ha coniato per applicarlo allo studio delle comunità nei piccoli borghi del sud Italia. Ma con le dovute precauzioni e differenze, la parola  potrebbe definire anche ciò che sta accadendo a Gaza, in particolare negli istituti scolastici e accademici sopravvissuti alla devastazione della guerra, dove, nonostante tutto, si continua a insegnare e a studiare. Quegli studenti che ascoltano attenti, quei professori, esprimono tutta la tenacia del volere abitare le terre che spettano loro e far fiorire la conoscenza proprio in Palestina. Nella lingua palestinese il fenomeno viene definito con la parola Sumud, tradotta appunto come «restanza, resistenza, speranza nel futuro, solidarietà».

La distruzione sistematica di scuole e università è stata definita dalla Prof.ssa Karma Nabulsi (Università di Oxford) scolasticidio. Gli attacchi alle istituzioni palestinesi deputate alla produzione e alla circolazione della conoscenza sono un caposaldo del progetto sionista di espropriazione coloniale fin dai suoi albori, ma si sono intensificati a partire dal 7 ottobre 2023. 

L’intenzione è chiaramente quella di impedire la trasmissione del sapere e di cancellare la memoria storica custodita in istituzioni culturali ed archivi. Come denunciato dalla Prof.ssa Nabulsi, “sapevamo già da prima, e ora lo vediamo più chiaramente che mai, che Israele sta cercando di annientare una Palestina istruita”.

L’11 ottobre 2024, l’aviazione israeliana ha distrutto quattro edifici del campus dell’Università Islamica di Gaza, mentre nel mese di novembre dello stesso anno ha raso al suolo l’Università di Al Azhar e l’Università di Al Quds e, più avanti, l’Università Israa di Gaza City. 

L’annientamento del sistema scolastico palestinese non si limita all’abbattimento degli edifici e delle attrezzature, anzi, EuroMed Human Rights Monitor e il ministero palestinese dell’istruzione superiore riportano che, dall’inizio del genocidio, sono stati uccisi 94 accademici, 4.327 studenti, 231 insegnanti e amministratori. Chi sopravvive, eroicamente, tenta di continuare a istruirsi tra bombardamenti, privazione di cibo, restrizioni all’accesso a internet, elettricità instabile a Gaza e il peso delle costanti violenze e angherie dei coloni in Cisgiordania. 

Pochi giorni fa si sono riaperte le porte dell’Università Islamica di Gaza, meglio, degli edifici precariamente ancora in piedi. La sete di sapere non si ferma nemmeno di fronte alla più crudele distruzione.

I palestinesi in Cisgiordania, a Gaza ma anche della diaspora sono ben consapevoli che l’istruzione è per loro un’ancora di resistenza e uno strumento imprescindibile per la sopravvivenza del loro ricchissimo patrimonio culturale

Lo studio, l’insegnamento e la ricerca sono l’antitesi della sottomissione all’occupante; studenti e professori in questi due anni hanno dimostrato una caparbietà e una resilienza senza pari. 

A tradurre la parola Sumud in italiano è stato il traduttore palestinese Nabil Bey Salameh. Ma Le immagini dell’Università Islamica di Gaza testimoniano più di qualunque parola la resilienza di quella giovane popolazione.

L'autrice / autore

Sono una studentessa universitaria di antropologia, una attivista per i diritti lgbtq e sono femminista. Amo leggere soprattutto la letteratura queer, femminista e decoloniale.