Dopo le dichiarazioni del ministro degli esteri Taiani, si riaccende la discussione sul corpo delle donne: la trappola dell’oggettivazione e gli stereotipi che resistono, anche nella GenZ
di Ginevra Malavolta
Capita spesso che il dibattito pubblico italiano regali momenti in cui il tempo sembra piegarsi su se stesso, riportandoci indietro di qualche decennio. Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è cimentato nella metafora della «moglie ideale» per descrivere la stabilità del centrodestra, tratteggiando l’identikit di una donna non appariscente, con pochi fidanzati alle spalle, vestita con una gonna lunga, pronta a restare a casa e ad accudire la famiglia , la prima reazione di molti è stata l’ironia. Tuttavia, dietro la leggerezza apparente delle dichiarazioni si nasconde un meccanismo ben preciso: la riduzione della donna a una somma di attributi funzionali alle esigenze e al giudizio maschile. Il linguaggio di Tajani tradisce una visione fortemente paternalista e oggettificante: la donna non viene descritta come un soggetto dotato di autonomia, desideri e carriera, ma come un bene di consumo la cui affidabilità si misura sulla base della lunghezza della gonna o del numero di relazioni passate. Si tratta di un’idea di rispetto condizionato, dove la serietà femminile è legata alla moderazione estetica e alla sottomissione al focolare domestico.
Ma a dare il colpo di grazia ci ha pensato Roberto Vannacci, che commentando a caldo l’uscita del ministro ha dichiarato di preferire una donna sempre senza gonna, sia rispetto a quella con la gonna lunga sia a quella con la gonna corta. Se Tajani rappresenta il versante moralista e proprietario dell’oggettivazione (la donna vista come custode del nido), Vannacci incarna quello iper-sessualizzato della donna intesa come mero oggetto di desiderio. Entrambe le prospettive condividono però la stessa identica matrice: il corpo femminile non appartiene alla donna che lo abita, ma al maschio che lo valuta, ne traccia il perimetro o ne dispone la svestizione.
Per la Generazione Z e i Millennial più giovani, queste esternazioni non nascono dal nulla, ma si inseriscono su un percorso storico stratificato di controllo ed esposizione del corpo femminile. Un’illusione diffusa è infatti quella che la mercificazione estetica sia un’invenzione recente della TV commerciale o dei social network; in realtà, le radici dell’oggettivazione visiva sono ben più profonde. Già negli anni cinquanta la pubblicità statunitense e internazionale trasformava letteralmente la donna in un prodotto da consumo. Un esempio emblematico e lampante è la celebre campagna pubblicitaria della Warner’s del 1953, in cui una modella veniva letteralmente impacchettata in una pellicola di cellophane trasparente come un pacco regalo, accompagnata dallo slogan che la definiva il dono perfetto da incartare per il proprio uomo. A questa si affiancavano le note campagne di marchi come Pitney Bowes o Tipalet, dove le donne venivano raffigurate mentre venivano letteralmente calpestate dagli stivali maschili o soffocate dal fumo di sigaretta, ridotte a semplici oggetti di arredamento domestico. E questa specifica cifra stilistica (dell’oggettivazione totale) non è rimasta un fenomeno del passato anzi, è stata recentemente ripresa dalla regista Emerald Fennell per il lancio e la caratterizzazione estetica del suo adattamento di Wuthering Heights, riattualizzando l’immagine della sposa trasformata in un pacco infiocchettato.
Passando attraverso gli anni ottanta e novanta, la televisione commerciale ha poi codificato una sessualizzazione passiva ed esterna, dove le veline e le vallette mute ricoprivano ruoli di puro ornamento visivo sottomesso allo sguardo maschile delle regie televisive. Oggi, tuttavia, la dinamica si è evoluta in modo ancora più insidioso: le donne sono diventate anche soggetti attivi di questa stessa cultura. L’esposizione del proprio corpo viene frequentemente rietichettata come libera scelta o auto-determinazione, ma rischia di rimanere imbrigliata nelle medesime regole del gioco. Ne è un chiaro esempio il recente caso globale della campagna dell’app di scommesse sportive Novig con l’attrice Sydney Sweeney, apparso nel settembre 2026: mostrandosi seminuda tra gli attrezzi da palestra e rivendicando lo spot accanto alle immagini di vere atlete, Sweeney ha scatenato la reazione di numerose sportive professioniste ed ex olimpioniche. L’episodio ha fatto emergere con forza il nodo centrale del dibattito attuale: quando la sessualizzazione viene auto-prodotta e monetizzata dalla donna stessa, ci si trova davanti a una reale emancipazione oppure alla maschera contemporanea del solito sguardo maschile?
Pornografia, stereotipi giovanili e la responsabilità del mondo adulto
A complicare ulteriormente questo quadro interviene l’accesso sempre più precoce alla pornografia online, che rappresenta ormai la prima scuola di sessualità per la fascia giovanile. Questo fenomeno si sviluppa in un vero e proprio vuoto educativo, dato che il governo stesso ha a più riprese ostacolato, limitato o bocciato i progetti di educazione sessuo-affettiva istituzionale nelle scuole pubbliche, lasciando i ragazzi privi di strumenti critici. I dati raccolti dal rapporto Ipsos per Save the Children sulla sessualità giovanile scattano una fotografia nitida: il 30% degli adolescenti considera la pornografia un semplice passatempo, il 29% la ritiene la principale e più rapida fonte di informazioni sulla sfera sessuale e quasi un adolescente su quattro (il 24%) crede che i contenuti pornografici siano una rappresentazione fedele della realtà. In assenza di una guida scolastica (sempre più limitata dai governi) e familiare, l’industria del sesso digitale modella così le aspettative dei giovani, alimentando l’idea che il corpo femminile debba essere costantemente prestazionale e a disposizione.
Tutto questo si traduce in stereotipi e comportamenti concreti che condizionano la vita quotidiana delle ragazze tra i 14 e i 30 anni. Analizzando i dati ufficiali, emerge una vera e propria classifica dei cinque stereotipi più diffusi e pervasivi sul corpo femminile. Al primo posto si colloca la convinzione che il valore sociale di una donna coincida prioritariamente con la sua bellezza e attrattività: secondo la vasta indagine svolta dall’Istat sugli stereotipi di genere e l’immagine della violenza, ben il 56,4% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni condivide ancora l’idea che una donna debba essere giudicata prima di tutto dal suo aspetto esteriore.
Al secondo posto troviamo la colpevolizzazione della vittima e la razionalizzazione delle molestie legata al modo di vestire: nel report firmato da ActionAid e Ipsos sulla violenza tra adolescenti, un adolescente su cinque (pari al 20%) sostiene che l’utilizzo di un abbigliamento succinto o un atteggiamento giudicato provocante giustifichi o attenui la gravità di un’aggressione sessuale.
Il terzo stereotipo riguarda l’idea del corpo della donna come proprietà privata del partner: l’indagine condotta da Ipsos per Save the Children sul tema della violenza di genere onlife evidenzia come il 30% degli adolescenti consideri la gelosia possessiva una naturale dimostrazione d’amore, mentre il 21% ritenga del tutto lecito pretendere il controllo dello smartphone e dei profili social della propria compagna.
Al quarto posto si posiziona l’impatto distruttivo del body shaming e la ricerca ossessiva del corpo perfetto: secondo l’indagine condotta da Webboh Lab insieme ad ActionAid, l’80% dei giovani prova un profondo senso di disagio nei confronti del proprio aspetto fisico e il 60% riferisce di aver subito direttamente episodi di derisione o insulti legati al peso, all’altezza o alle caratteristiche somatiche.
Infine, al quinto posto si colloca la banalizzazione del consenso e la percezione distorta dell’oggettivazione digitale: sempre dai dati del report Ipsos per Save the Children, emerge che il 36% degli adolescenti ritiene che all’interno di una relazione il consenso sessuale possa essere dato per scontato, mentre il 34% giudica l’invio non richiesto di foto intime o di materiale sessualmente esplicito come un semplice gesto di apprezzamento.
La responsabilità del mondo adulto e la necessità di una svolta reale
I dati parlano chiaro: negli ultimi decenni le cose non sono migliorate. Tuttavia, accusare i più giovani di essere superficiali o condizionati dall’oggettivazione è il comodo alibi di una generazione di adulti che ha rinunciato a fare la propria parte. Le colpe non stanno nei feed né nei comportamenti di chi ha quattordici o vent’anni, ma nell’inerzia di chi governa, educa e gestisce lo spazio pubblico senza mai mettere davvero in discussione le radici del problema. Se gli stereotipi resistono non è per mancanza di sensibilità tra i ragazzi, ma per il silenzio complice e l’inazione di un mondo adulto che preferisce indignarsi a parole o lanciare slogan moralisti piuttosto che introdurre l’educazione affettiva nelle scuole e smantellare le strutture del possesso.
C’è un’evidente ipocrisia nel colpevolizzare le nuove generazioni per la deriva della sessualizzazione, quando sono proprio gli adulti a dettarne i codici culturali e a bloccare ogni concreto tentativo di riforma. I giovani non sono gli autori di questo sistema: ne sono i testimoni e, troppo spesso, le vittime. Pretendere che le cose cambino non significa chiedere alle ragazze e ai ragazzi di fare da soli il lavoro che spetterebbe alle istituzioni, ma esigere che il mondo adulto si assuma finalmente le proprie responsabilità, smettendola di fare da spettatore inerte di fronte agli stessi vecchi stereotipi.
Invece di puntare il dito contro la Generazione Z e i Millennial per come vivono il proprio corpo, sarebbe ora di guardare a chi questo modello culturale lo ha costruito e continua a perpetuarlo. Non è mai stata colpa dei giovani, che crescono immersi nelle gabbie estetiche e relazionali che hanno ereditato. La responsabilità ricade interamente su una classe dirigente e su una società adulta che preferisce fare spallucce o cavalcare la morale del momento, anziché fornire strumenti critici e tutele reali. La vera emancipazione comincia soltanto quando chi ha il potere di cambiare le cose smette di scaricare le proprie colpe sui più giovani e inizia, finalmente, a fare il proprio dovere.
L'autrice / autore
Ho cominciato come giornalista molti anni fa nella carta stampata (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno) per poi avventurarmi nei nuovi meandri della comunicazione. Qualche anno fa ho incontrato gli studenti delle scuole superiori e mi sono appassionata all’idea di trasmettere le competenze giornalistiche ai ragazzi, che mai come in questo tempo ne hanno bisogno. Convincere loro non è difficile. Lo è di più con gli adulti. Devo far capire che imparare a fare (e farsi) le domande, a distinguere le cose vere da quelle false, a cercare le fonti, a spiegare e spiegarsi, a comunicare con ogni mezzo possibile, insomma a muoversi nel mondo complesso in cui ci troviamo, sono strumenti non solo utili per qualunque lavoro vogliano intraprendere, ma anche – la dico grossa – per salvarsi la vita. Mi hanno chiesto di fondare la testata giornalistica degli studenti toscani ed eccomi qua.


