Dopo la decisione della Svizzera, chiediamoci se è vera democrazia togliere la possibilità di scegliere cosa indossare per rispettare simboli religiosi diversi dai nostri
di Shasika Weerasinghe
Di recente la Svizzera decide di vietare di coprire il volto nei luoghi pubblici, inserito nell’articolo 10 della Costituzione federale e attuato con la Legge federale sul divieto di dissimulare il viso (entrata in vigore il 1° gennaio 2025).
Questo fatto rappresenta uno dei paradossi più evidenti del nostro tempo, perchè ufficialmente, la norma mira a tutelare la sicurezza e la convivenza civile, ma nel farlo impone un limite preciso all’autodeterminazione individuale, ovvero stabilisce come un corpo debba apparire nello spazio pubblico. Il risultato è che una scelta personale, come quella di indossare un velo integrale per motivi religiosi o identitari, diventa materia di legge, trasformando un gesto intimo in questione di ordine pubblico. Dal punto di vista giuridico, la Costituzione svizzera, come quella italiana ed europea, riconosce la libertà personale e quella religiosa. Tuttavia, questa nuova norma riduce tali libertà in nome di un valore collettivo, che è la “visibilità” dell’individuo come condizione necessaria per il vivere insieme. La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso S.A.S. c. Francia (2014), ha accettato questa logica, affermando che gli Stati attraverso i margini di apprezzamento, possono vietare il velo integrale per garantire la coesione sociale. Ma questa interpretazione suscita e rivela un nodo profondo: si può davvero difendere la libertà limitandola?
Dietro l’apparente neutralità di tali divieti si nasconde un modello culturale unico, quello occidentale, che identifica la libertà con la visibilità, la donna emancipata con la donna “scoperta”. È un errore speculare a quello patriarcale:, quello di imporre un modo giusto di essere donna, un unico volto legittimo della libertà. Il rischio di oggi, è che l’Europa nel tentativo di difendere la democrazia, finisca per svuotarla. Perché una democrazia che decide come si deve essere liberi smette di essere realmente tale.
IL VELO NON E’ SOLO UN INDUMENTO
Andando a riflettere, il velo oltre ad essere un indumento è un simbolo, e nelle religioni i simboli sono il linguaggio più profondo dell’anima collettiva. Per le donne musulmane nel mondo, il velo rappresenta un gesto di fede, di rispetto o di appartenenza, segno di radici e di memoria. Ridurlo a uno “strumento di oppressione” significa cancellare la complessità di un intero universo culturale. Come ogni simbolo religioso, inoltre, il velo nasce dall’incontro tra corpo e fede, visibile e invisibile, ciò che mostriamo e ciò che vogliamo proteggere. E i simboli religiosi non appartengono solo alla cultura islamica. Nell’ebraismo, la kippah — il piccolo copricapo maschile — è un segno di rispetto verso Dio, un richiamo alla propria identità anche negli spazi pubblici. Nel cristianesimo, invece, il crocifisso o il velo delle suore sono immagini della stessa tensione: il corpo che si offre o si copre per dare forma a un credo. Nessuno di questi simboli è neutro, ma ognuno parla di storia, di fede e di libertà. Per questo, quando uno Stato decide di vietarne uno, anche solo parzialmente, rischia di colpire un’intera cultura, di renderla invisibile, come se non avesse diritto di esistere nello spazio pubblico.
Quando parliamo del velo come segno di oppressione, dovremmo chiederci perché questo giudizio non possa valere per gli altri simboli religiosi. Se il velo, perché imposto in certi contesti, viene considerato una prigione per la donna, allora anche il crocifisso, la tonaca, la kippah o il velo delle suore dovrebbero essere letti come simboli di sottomissione. Eppure, non lo sono, perché lì, l’Occidente vede devozione, identità, tradizione. Nell’altro, invece, vede solo costrizione. Il punto è che non sono i simboli a essere oppressivi, ma il potere che li interpreta. Ogni religione, in certi momenti storici, è stata attraversata da strutture patriarcali, eppure nessuno ha mai pensato di vietare le croci o di imporre agli ebrei di togliersi la kippah per “liberarli”. Il velo, in questo senso, diventa il bersaglio di un pregiudizio più profondo, si ha l’idea che la libertà possa esistere solo dentro i parametri culturali occidentali. Vietare il velo, allora, non significa combattere l’oppressione, significa, al contrario, scegliere quali fedi sono accettabili e quali no.
I veri valori democratici non si misurano dalla capacità di rendere tutti uguali, ma da quella di accogliere le differenze senza paura, garantendo cosi il pluralismo culturale. In Italia la libertà religiosa è considerata una risorsa per la società, non un problema da gestire. Infatti la Costituzione garantisce a chiunque il diritto di professare la propria fede e di manifestarla pubblicamente, ogni simbolo religioso è tutelato. Qui, la pluralità non viene solo tollerata, ma riconosciuta come ricchezza collettiva, e la libertà individuale ha il primato sulla uniformità culturale. La Francia, invece, interpreta la laicità in modo molto più rigido. Lo Stato vieta la visibilità di tutti i simboli religiosi nelle scuole pubbliche e tra i funzionari. In nome della neutralità e dell’uguaglianza, la diversità diventa un problema, e la propria fede finisce così subordinata a un principio ideologico. La Svizzera come abbiamo visto, segue una logica diversa. Il divieto di volto coperto, approvato tramite referendum, va a mirare le persone che portano il niqab e la burqa. Non è un divieto ideologico contro tutte le religioni, ma un intervento difensivo, giustificato dalla sicurezza e dalla protezione dei “valori svizzeri”. Il risultato prodotto è però simile, una cultura specifica viene messa sotto osservazione e la libertà individuale di chi appartiene a quella cultura è limitata.
L’Europa ama definirsi culla della democrazia e dei diritti umani. Eppure, nel tentativo di difendere un ideale di libertà “standardizzato”, ha iniziato a rinunciare al suo pluralismo. Una democrazia che impone un solo modello di libertà smette di essere democratica: diventa fragile, omologata, incapace di accogliere la complessità. Forse il vero segno di democrazia non è togliere il velo a chi lo vuole portare, ma imparare a vedere dietro di esso la libertà dell’individuo.
L'autrice / autore
Sono Sole, una studentessa del quinto anno di liceo ad Arezzo. Attiva socialmente specialmente per gli studenti, mi piace conoscere nuove persone e raggiungere obiettivi insieme a un team. Non ho un genere musicale specifico, mi piace mettermi in gioco e avventurarmi in nuove cose.



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