Il Diavolo veste ancora Prada, ma è più spietato

Cosa ci racconta del mondo della Moda il sequel del famoso film uscito vent’anni fa. Sempre più alto il costo per inseguire la perfezione

di Mariachiara Arcolini

Il Diavolo veste Prada 2 è un ritorno che guarda al passato, ma parla al presente. Il sequel non arriva come un ritorno nostalgico e rassicurante, ma riprende i fili lasciati in sospeso vent’anni fa e li intreccia a una società profondamente cambiata. Il mondo della moda è cambiato, è diventato più spietato, esigente, veloce e ossessionato dalla performance e dall’estetica, molto più di quanto non lo sia già stato in passato; ci mette davanti tutto ciò che siamo diventati e ciò che eravamo. Se il primo film ci mostrava il lato feroce e brillante del fashion system, questo sequel rivela tutto ciò che sta nell’ombra: la competizione estrema, che porta a compiere atti a volte disperati; la precarietà; il burnout e gli standard estetici irraggiungibili e quello che le persone fanno pur di assomigliare a un determinato canone estetico. Come la nuova moda di iniettarsi Ozembic (un farmaco utilizzato dalle persone con diabete di tipo 2) o di altri farmaci dimagranti, oramai diventati simbolo di una nuova ossessione estetica, che riescono a farti raggiungere una forma fisica al limite del sano.

Vengono rivelati tutti i sacrifici fatti per sopravvivere in questo settore: salute, tempo, relazioni, qualunque cosa pur di arrivare al successo. Il film non vuole giudicare ma scoperchiare il vaso di pandora, facendoci aprire gli occhi su determinate dinamiche, molto spesso scomode, del mondo della moda. Miranda parla chiaro, lei stessa ha sacrificato ogni aspetto della sua vita privata per riuscire a portare al successo Runway, ma nonostante tutto non si pente delle sue scelte, perché ama quello che fa e lo rifarebbe mille volte.

Il film ci mostra anche come il mondo del giornalismo è cambiato per parlare alle nuove generazioni, scegliendo i social come principale canale d’informazione (invece dei quotidiani), il cui ruolo è diventato fondamentale nel plasmare carriere e identità (vent’anni fa era impensabile). La narrazione è ritmata e frenetica proprio come nel primo film, sono presenti moltissimi easter egg disseminati qua e là, che i fan più attenti avranno sicuramente notato; non sono semplici strizzate d’occhio, ma un ponte emotivo, un modo per ricordare quanto il mondo della moda sia cambiato ma anche come certe cose, invece, non cambieranno mai. In fondo il sequel non vuole farci rimpiangere il passato, ma costringerci a guardare il presente senza filtri.

Vent’anni dopo il mondo corre più velocemente di quanto Miranda Priestly avesse mai immaginato; la moda, le piattaforme, il linguaggio cambiano, ma il prezzo per restare a galla resta sorprendentemente lo stesso. Il film ci ricorda che, oggi più che mai, il fashion system non è un luogo di bellezza, ma un campo di battaglia dove ogni scelta, estetica, professionale, personale, hanno un costo molto alto.

L'autrice / autore

Foto di Mariachiara Arcolini

Vivo la mia vita con il naso tra i libri e le riviste di moda. Grazie al Diavolo veste Prada ho trovato la mia dimensione: il giornalismo di moda; quello che solo a guardare una copertina di una rivista senti il suono di scatti fotografici, tacchi e profumo Chanel N°5